Quinta Domenica

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 8,1-11
 
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
 
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

La maggior parte degli esegeti sostiene che l’episodio dell’adultera, raccontato al cap. 8 di Giovanni, in realtà non appartenesse originariamente al quarto Vangelo. «Questo brano, omesso dai più antichi testimoni (manoscritti, versioni, Padri), spostato da altri, dallo stile di colore sinottico, non può essere dello stesso Giovanni. Potrebbe essere attribuito a Luca [per esempio dopo Lc 21,38ss]», scrive ad esempio la Bibbia di Gerusalemme. Insomma, se gli esegeti avessero ragione, si tratterebbe di un “foglietto volante”, contenuto in precedenza in un altro Vangelo, cancellato fin dalle più antiche raccolte, e poi finito, chissà come, nel Vangelo di Giovanni e qui appiccicato quasi per caso.

Perché questo brano si è ritrovato a vagare di mano in mano, non ufficialmente, per qualche secolo, prima di essere riconosciuto canonico e di essere accolto in un Vangelo? A quanto pare, anche le prime generazioni cristiane avrebbero fatto difficoltà ad accettare lo “scandalo” del comportamento di Gesù in questo contesto. E non sarebbe affatto sorprendente: anche i cristiani si sposano, e a nessuno farebbe piacere ritrovarsi un bel giorno con la moglie «sorpresa in flagrante adulterio». L’adulterio era del resto annoverato, con l’omicidio e l’apostasia, tra quei delitti contro la fede, i cui perpetratori le prime comunità cristiane colpivano con la scomunica e la penitenza pubblica fino alle soglie della morte. «Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa» (cfr. Dt 22,22); Gesù invece no: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Censurare questo episodio non fu solo tentazione della chiesa antica, è anche nostra: la tentazione di ridurre il rapporto con Dio a un ricettario di buone norme etiche, la cui esecuzione o meno garantirebbe la salvezza o la condanna; tentazione di dividere in modo manicheo tra chi è a posto moralmente e chi invece non lo è e va escluso dalla comunità.

Per questo è importante il metodo con cui Gesù fa sì che nessuno condanni: egli scrive qualcosa sulla polvere del tempio, ma non parla. Cosa scrive? Un manoscritto bizantino dei Vangeli, il minuscolo 264, aggiunge al v. 6: «scrisse per terra i peccati di ognuno di loro»; del resto, secondo un oracolo di Geremia, «quanti si allontanano da te, [Signore], saranno scritti nella polvere» (Ger 17,13). Ma Gesù ancora non parla. Essi, e noi pure, possiamo bene, prima di condannare, leggervi i nostri peccati. «Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”». Gesù prima lascia che prendiamo coscienza da soli che siamo co-peccatori; solo se insistiamo a condannare, ci ricorda che per eseguire la condanna dobbiamo essere irreprensibili.

Ognuno lo sa per sé, quanto e come è co-peccatore. Ed ecco che non rimangono più che Gesù e la donna: relicta sunt duo, misera et misericordia, sintetizza Agostino, «son rimasti in due, la misera e la misericordia». Anche lei, l’adultera, forse combattuta tra il sollievo dello scampato pericolo e il rimorso del suo proprio male, tra la gratitudine per quell’uomo che l’aveva salvata e la consapevolezza di non esserne degna. «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»: perché noi cambiamo solo quando perdonati, noi diventiamo nuovi quando Gesù, che pure conosce tutti i nostri peccati, decide di scriverli sulla polvere.

Matteo Vinti

Buona Domenica!