Tutti le abbiamo viste, in viale Monastir e viale Elmas, ma in quanti si soffermano a pensare perché sono lì, al bordo strada col fuocherello acceso e seminude?

La tratta degli schiavi del nuovo secolo porta in Italia migliaia di donne e ragazze africane destinate alla prostituzione.

Secondo il report dell’unità di strada dell’Associazione Papa Giovanni XXIII – realtà fondata da don Oreste Benzi per combattere il disagio sociale – a Cagliari ogni sera sono presenti una quarantina di ragazze, provenienti dalla tratta nelle vie della prostituzione della città. Mentre il totale delle ragazze incontrate nelle varie uscite dell’unità di strada è di circa settanta. Alcune delle donne sono riuscite ad uscire dalla tratta (a Cagliari otto per l’esattezza), altre sono restate incinte e obbligate dai loro “aguzzini” ad uscire, non si sa in che modo, altre ancora vengono trasferite in altre città dove la richiesta è maggiore.

Le ragazze prelevate dalla tratta vengono prese con l’inganno dai loro villaggi, soprattutto dalla Nigeria, qualcuna dal Ghana. I loro famigliari vengono contattati da degli amici di famiglia, approfittando della loro condizione di povertà, promettendo loro lavoro in Italia come commesse nei supermercati, come parrucchiere o lavori simili. Poi sono condotte in una casa, sempre lì, in Africa, in modo da preparare dei documenti falsi e sottoporre le malcapitate ragazze a una sorta di rito voodoo, essendo loro molto superstizione, che le lega ai loro presunti “salvatori”. Il rito viene completato facendo bere un intruglio dei propri peli, prelevati da varie parti del corpo, del sangue mestruale e della saliva, il tutto mescolato con della carne di pollo. Viene detto loro che se infrangono il rito sia loro che la propria famiglia potrebbero morire.

In seguito vengono portate in Libia, dove sono obbligate a stare nei campi di prigionia. Le ragazze non parlano molto della loro permanenza lì, e se lo fanno le parole sono mangiate dai singhiozzi e dalla paura. Soggiorno all’insegna dello sfruttamento, degli abusi e della violenza.

Dopo qualche mese si preparano per essere imbarcate in un “viaggio della fortuna” con i tanto discussi barconi. Una volta in Italia sono condotte in una casa dove vengono prelevati i documenti, consegnati i vestiti per la strada e obbligate a starci. Se si ribellano o se non “producono”, la punizione è la medesima: le botte e la segregazione in casa, fino a quando non si cede. Le neo schiave vengono guidate e istruite dalle “veterane” della strada, oramai anestetizzate a quella condizione, che mostrano loro come e cosa devono fare.

Nel giro sono presenti pure delle minorenni, che si notano in quanto piccole, spaventate e spaesate. Le più grandi invece arrivano più o meno ai 35/40 anni di età.

Il prezzo della “prestazione” di una ragazza africana a Cagliari varia dai 10 ai 20 euro.

L’associazione Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, è operativa da un anno e mezzo con la sua unità di strada, che a Cagliari conta 8/9 membri. Ogni 15 giorni fa delle ricognizioni in giro per le vie della città per far sapere a queste ragazze che c’è un’altra possibilità, una via d’uscita.

Escono per far sapere che, in questo mondo, a qualcuno importa di loro, vanno col Rosario in mano, prima arriva la mano di Dio poi il sostegno degli operatori.

La preparazione è molto semplice, innanzitutto c’è la visita e la preghiera davanti al Santissimo Sacramento, poi si sale nel pulmino e si esce, fermandosi presso ogni ragazza che si incontra. Se scappa la si lascia andare, non si obbliga nessuna, se resta invece si fa una chiacchierata, solite cose: Come stai? Sei felice? ecc. Poi la proposta “Vieni via con noi, a casa c’è l’acqua e del cibo, un letto che ti aspettano. Sarai libera e trattata da figlia”. In auto c’è sempre un posto vuoto a disposizione; se non vogliono andar via si lascia un recapito in caso ci ripensino successivamente, ci si fa dire dove sono e si va a prenderle; si fa una preghiera in cerchio tutti insieme, un misto tra italiano e inglese; ci si saluta e si va avanti a portare il sostegno ad altre ragazze.

Forse comprendendo ciò che queste ragazze affrontano si giudicherà meno duramente ciò che fanno, magari con più delicatezza. Magari conoscere l’altra parte della medaglia porterà ad evitare di usare certe terminologie e certi cori razzisti. Rendendo noto il fenomeno magari si promuoverà una vera cooperazione internazionale… Magari… Magari… Magari…

Filippo Zara

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