“Innamorarsi dell’essere umano”: Commento al Vangelo di domenica 14 febbraio

Il lebbroso è l’immagine evangelica che evoca solitudine, abbandono, disprezzo e rifiuto. Nell’antico testamento si legge che il lebbroso «porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori» (Levitico 13,46).

Le prime comunità scelgono di testimoniare diversi episodi in cui Gesù di Nazareth incontrava i lebbrosi, offrendoci una memoria scritta nei vangeli affinché dopo duemila anni possiamo contemplare una scena utile alla nostra quotidianità, decisiva per la nostra crescita umana, sociale e personale.

Cosa mi cambia? Dinanzi ad una pagina così toccante come quella che ci viene presentata questa domenica, dobbiamo chiederci ancora una volta se le parole e i gesti dell’Uomo santo, siano in grado di cambiare la nostra esistenza.

Come spesso accade l’episodio racconta un incontro. Al centro del discorso evangelico c’è la relazione, significativa, non banale, profonda e decisiva.

1.L’altro dal mio sguardo

A volte ho la percezione di vivere una società di passanti, considerando che la mancanza di fiducia che proviamo nei confronti dell’altro, ci mette in guardia da un semplice saluto, dal fermarci a parlare, dal farci prossimi a chi si trova alle prese con uno spiacevole imprevisto.

È necessaria una riformulazione della comunità sociale, acquisire la consapevolezza che se perdiamo la fiducia nel prossimo, è molto vicino il rischio di chiudersi nella prigione della paura, nella fredda stanza della apatia, condannando il nostro cuore ad una rigidità che rende la nostra stessa vita personale insipida.

Alzare lo sguardo verso l’altro significa dare respiro a quella tendenza costitutiva dell’essere umano che trova compimento soltanto nella relazione.

È fin troppo evidente che la nostra società abbia individuato nell’opposizione, nel contrasto e nella diffidenza, la chiave di volta che sorregge i meccanismi di consumo. Se l’altro non può garantire la mia felicità ci pensa la soddisfazione materiale sempre meno condivisibile, che raggiunge il suo apice in un selfie autocelebrativo.

Puoi essere felice senza l’altro. Puoi essere felice da solo. Puoi essere felice senza bisogno di nessuno.

È inutile esaltare i tre meravigliosi gesti di Gesù di Nazareth che (uno) ebbe compassione, (due) tese la mano, (tre) toccò il lebbroso. Dobbiamo fermarci prima. C’è da riflettere.

  1. La scommessa dell’incontro

Siamo chiamati ad un risveglio sempre più urgente di una coscienza antica che ha origine nella nostra stessa origine, quando grazie all’altro siamo venuti al mondo, grazie all’altro siamo stati accuditi, nutriti, presi in cura.

L’altro, il tu della mia storia è il dono che mi ha permesso di essere ciò che sono. Ho incontrato volti che mi hanno amato, volti che mi hanno ferito, volti che mi hanno capito, che mi hanno sorretto, tradito, amato, odiato, accompagnato, ho incontrato volti amici e volti ostili.

Ma non rimpiangerò mai nessun incontro, anzi, continuerò ad andare verso ogni volto, nella consapevolezza che a loro volta ci sono tante donne e tanti uomini che stanno ancora aspettando di incontrare un tu che possa rischiarare il buio della solitudine, dell’abbandono e dello sconforto.

  1. La compassione nasce dall’innamoramento

Gesù di Nazareth si lascia fermare e non evita il lebbroso, un morto che cammina, uno scarto della società. Prova compassione perché il suo cuore non si è mai abituato alla sofferenza delle altre persone, non ha mai pensato che “sono affari loro”, non ha mai detto “ma se non lo conosco”, non ha mai scelto di “far fuori le persone negative”.

La compassione non scaturisce da uno sforzo morale. È l’espressione di un cuore innamorato dell’essere umano, di un cuore che cammina per strada lasciandosi affascinare dalla gente che incontra, dai discorsi che sente, dalle icone sublimi di una mamma che cammina con il suo bambino mano nella mano, dal volto teso di un padre che rientra a casa, e si lascia turbare dal litigio di due fidanzati, dallo scontro verbale tra un automobilista e un pedone.

O sei innamorato dell’essere umano oppure non c’è niente da fare, continuerai a essere il solito passante, dal volto distratto e sfuggente, quello del saluto cordiale non corrisposto, quello che al semaforo chiude il finestrino senza nemmeno fare un cenno con la testa al venditore ambulante, quello che magari … farà il video mentre un ragazzo con un ritardo mentale riceverà un colpo violento.

Gesù di Nazareth, non ha smesso di “guarire i lebbrosi”, non ha smesso di salvare l’uomo dalla tristezza, dalla solitudine, dall’esclusione. Ribelliamoci alla cultura dello scarto, alle dinamiche di scontro e diffidenza.

Scendi in strada, osserva i passanti, considera ognuno di loro fratello, innamorati del tuo prossimo e la tua compassione sarà la compassione di un Dio che ancora oggi potrà “guarire dalla lebbra”.

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