“Con lo zaino in spalla”: pensieri sul tempo di Avvento

Per i Cristiani il nuovo anno è già iniziato. Stiamo infatti vivendo il tempo liturgico dell’Avvento, da quando intorno al VI-VII secolo il cristianesimo adottò il termine adventus (venuta) per indicare l’incarnazione di Cristo, l’adventus Domini.

Il Natale non fu una festività celebrata dalle prime comunità cristiane. La prima menzione certa del Natale cristiano con la data del 25 dicembre, la troviamo nel Chronographus di Furio Dionisio Filocalo, e risale al 336. Probabilmente la data fu fissata al 25 dicembre per sostituire la festa del Natalis Solis Invicti (espressione la cui traduzione è “giorno di nascita del Sole invitto”). Infatti, nei giorni dal 22 al 24 dicembre, il sole raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale, la notte raggiunge la massima estensione e la luce del giorno la minima. Si verificano cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Il 25 dicembre, segna l’inizio del periodo in cui la luce del giorno torna gradatamente ad aumentare e il buio della notte a ridursi fino al solstizio d’estate.

Ecco la ragione per cui i cristiani scelsero questa data: la nascita di Cristo sulla terra fu come la nascita di un nuovo sole che aveva rischiarato il periodo buio e gelido della società e della vita di coloro che si affidarono a Lui.

Abbiamo la possibilità di ritornare a noi stessi, ripensare all’anno appena trascorso. Il popolo palestinese duemila anni fa si trovava oppresso dalla dominazione romana, presente dal 63 a.C.. Vita da “dominati”, manipolati da una “schiavitù” silente, che nutriva di un dolceamaro la quotidianità. Si tratta di una condizione antropologica che troviamo in ogni tempo ed in ogni luogo, dove si raccolgono frammenti di gioia e di dolore.

Non è stato un anno assurdo, è stato un anno che ci ha posto dinanzi allo specchio. Gli eventi dolorosi che hanno colpito il nostro mondo hanno semplicemente fatto emergere la nostra fragilità. Dal latino fragilis, ossia “che si può rompere, rovinare, spezzare”. Verità antropologica troppo spesso nascosta e celata sotto gli stucchi del “devi essere ottimista” … espediente efficace a favore del sistema consumistico (l’avere ti rende felice), evidentemente ridicolo per uno sguardo intellettualmente critico.

La storia ha ricordato all’Occidente beffardo e impavido che ci “si può rompere, rovinare, spezzare”.

Proviamo a portare questa riflessione dentro la nostra vita, nella nostra storia, nel nostro cuore.

La maggior parte dei problemi della nostra vita risiedono nell’incapacità di ammettere di fronte a noi stessi la nostra fragilità. Forse perché siamo figli di una storia scritta dai vincitori, forse perché ci siamo fatti travolgere dal mito della tecnica, dove efficienza, perfezione, competenza e prestazione sentenziano la riuscita, la qualità di un oggetto.

Ma io e te siamo altro. Io e te siamo esseri umani.

Quest’anno desidero avvicinarmi al Natale con tutte le mie fatiche. Vorrei farlo il più in silenzio possibile. Approfitterei delle restrizioni normative affinché le luminarie non accechino il mio cammino e non illuminino “solo il lato migliore di me”.

Se è vero che celebrerò la presenza di un Dio nella mia vita, la presenza di una divinità che si è incarnata per stare con gli uomini, quest’anno mi presenterò a lui con tutta quanta la verità di me stesso.

Cammino a passi lenti con lo zaino pesante e carico di tutti i miei pezzi rotti:

il volto di mia figlia che piange mentre io non so come aiutarla;

l’abbraccio di mio marito che ha perso il lavoro;

l’immagine di mio padre che non ho potuto salutare per l’ultima volta;

il profumo pungente e nauseante di un tradimento;

l’umiliazione di non avere i soldi per pagare la bolletta della luce;

gli scontri con un figlio che avrei voluto semplicemente amare;

la volta che ho mancato di rispetto alla mia compagna;

le sconfitte brucianti di fronte alla malattia che mi sta rubando la vita;

le incomprensioni con mia moglie;

le parole taglienti che mi hanno ferito;

il maledetto senso di inutilità;

la volta che mi sono sentito in imbarazzo;

quel giorno in cui ho visto la mia azienda fallire;

il tono di voce gelido dell’amore che ha preso un’altra strada;

la paura di non essere all’altezza;

il terrore di fare del male alle persone che amo;

… ed insieme ai miei ragazzi …

la solitudine della mia stanza senza poter vedere i miei amici;

il non sentirmi accettata dai miei compagni di scuola;

l’incapacità di accettare me stesso;

il silenzio assordante di coloro da cui attendevo un “ti voglio bene”

così via …

 La notte più lunga sta per terminare, non avere paura, non chiudere gli occhi dinanzi al buio, non gettare alla spazzatura i tuoi pezzi rotti. Sono preziosi quanto te, sono la parte tua più vera, più umana, sono gli “eroi” sopravvissuti alla battaglia, sono i testimoni di chi vive la vita per davvero, di chi ce la mette tutta.

Prepara lo zaino, alzati e vai alla Luce.

Questa Luce ti illuminerà, ma non proverai vergogna. Non ti giudicherà per le tue mancanze. Scoprirai che ogni spazio lasciato vuoto dalla tua fragilità sarà colmato di amore, sarà quello spazio che ti permetterà di provare l’unica emozione che conta veramente: il sentirsi amati.

Davide Curreli

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