“Da dove nasce la felicità?”: commento al Vangelo della solennità di tutti i Santi

1 Vedendo le folle

Quante volte veniamo guardati e non capiti? Siamo stanchi di sguardi superficiali, distratti o ambigui. Vorremo qualcuno che guardandoci fosse capace di dirci le parole dense, che si incastrino negli anfratti della nostra esistenza. Ognuno di noi è figlio di una storia, un cammino incompiuto, fatto di soste, svolte, fermate, slanci in avanti e cadute. Irregolare e imperfetto per un mondo che ci guarda senza percepire, scarto per i cercatori di nuovi “prodigi”. «Vedendo le folle», Gesù di Nazareth prese la decisione di parlare. Il verbo greco ὁράω indica uno sguardo che percepisce e sente.

Fino a quando si dice “beato” ad una persona mite, misericordiosa, pura di cuore e operatrice di pace, è facilmente comprensibile. Ma come si può dire beato ad un uomo povero interiormente, afflitto, affamato di giustizia perseguitato?

In effetti le beatitudini si presentano come un discorso “assurdo”, troppo spesso frainteso come consolazione per i meno fortunati … della serie, “almeno per Gesù sei già beato”.

2 Prendendo la parola

Il discorso della montagna è rivolto ad una folla che deve imparare ad essere comunità. Oggi più che mai stiamo correndo il rischio di lottare gli uni contro gli altri. Addirittura, non mancano i seminatori di odio e divisione, quali avanzi di natura creata che non fanno altro che soffiare sulle ceneri della rabbia, del malcontento e dell’insofferenza. Pronti a puntare a trovare “il colpevole”, piuttosto che affiancarsi alle stanchezze dei fratelli, farsi prossimi, condividere, consolare, prestare soluzioni e supporto.

È urgente! Dobbiamo farci tutti messaggeri di una parola rivoluzionaria. Non quella violenta. In molti ammirano la forza di un popolo ribelle capace di “farsi valere” con disordini e violenze. La storia ci aiuta a comprendere che sangue chiama sangue e “La Terreur” non è mai più scomparso, e dopo due secoli si ripresenta nella basilica di Notre-Dame a Nizza. Cambiano i fronti, le bandiere, le ideologie … il risultato è sempre lo stesso: l’odio conduce alla morte.

Il testo sacro cristiano oggi ci racconta l’episodio in cui Gesù di Nazareth volle parlare a folle di gente che come me e come te vivono nella fatica di giorni incerti e pesanti. Ma non basta meditare le parole del Messia da soli, per se stessi. Non si risolve nulla. Dio si è incarnato perché ha voluto redimere la nostra carne, la nostra vita, la nostra storia concreta, quella che viviamo oggi, primo novembre duemila e venti.

3 “Per causa mia”

Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Una persona afflitta può essere felice? No. Fino a quando la sua solitudine verrà con-divisa e sperimenterà la con-solazione. E allora invece di perdere tempo cerco di guardarmi attorno, con quello sguardo che sente e percepisce, lo sguardo di Gesù di Nazareth, affinché possa divenire strumento del suo amore che desidera asciugare le lacrime di chi sta indietro, di chi è abbattuto e leso affinché possa dirgli “sii felice fratello mio, non sei più solo”.

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. “Poveri in spirito” è un’espressione che si potrebbe tradurre letteralmente dal greco come coloro che sono “rinchiusi nella loro anima”, immagine di una ferita interiore, profonda che ti porta istintivamente rannicchiarti sul tuo dolore. Come possa dire “sii felice”? Dio ha condiviso un sogno con l’uomo. Lo chiamavano il “sogno del regno dei cieli”, un modo di vivere la nostra vita, un modo di rapportarci con il nostro prossimo, in cui si declinano l’ascolto, la vicinanza, l’affetto, la cura, la tenerezza. Se accoglierai tua sorella in una relazione che si fonda su questi modi, allora si, potrai dirle “sii felice sorella mia, è giunto il momento di rialzarsi”.

Stiamo comprendendo il motivo per cui le beatitudini sono un brano per la comunità, rivolto alla società. Abbiamo tutti il diritto di essere felici. Spesso smettiamo di crederci, ci arrendiamo alle sorti della nostra esistenza, al maledetto “ormai”. Nonostante i vari slogan da post di Facebook del tipo “fai un dispetto alla tristezza, sorridi”, la speranza cede il passo alla disperazione, nella misura in cui pretendiamo di essere felici da soli. Il sorriso non è una scelta, ma riflesso psicosomatico, conseguenza di una emozione. È vero possiamo generarlo da noi. Ma da dove nasce quel sorriso? Quali sono le sue radici? Il tentativo di dimostrare a te stesso che va bene così? La voglia di far vedere agli altri che sei una persona positiva? La paura che gli altri ti scartino perché ti vedono triste e pensierosa?

L’esperienza di gioia più autentica è quando sentiamo di aver aiutato il prossimo, quando andiamo a letto sapendo di aver amato qualcuno, di averlo sorretto, di esserci presi cura di lui. La vera felicità, quella che riempie il nostro cuore dell’autentico senso di salvezza, passa per il Tu che Dio mi ha posto accanto.

Dio ci ha creati perché fossimo tutti beati, pieni di gioia, per questo la tristezza non una mera è conseguenza di “cattiva sorte”, ma di una mancanza di responsabilità, quando girando le spalle a mio fratello, mi sono illuso che la felicità fosse un affare personale.

Dio ci ha creati per amare. In questa verità si gioca la mia e la tua felicità. Possiamo inventarci di tutto: ogni benessere e piacere della vita.

L’unico piacere della vita che ci renderà felici per davvero, lo scopriremo, quando guardandoci allo specchio, in un accenno di sorriso, saremo coscienti di «amare ed essere amati» … Non ci puoi fare nulla, arrenditi, la tua anima viene dall’Infinito, dall’Amore Creatore. Sigillo indelebile, garanzia per la nostra società, che nonostante tutto, non soccomberà alla sofferenza, alla violenza e al disordine, ma si rialzerà, ancora una volta.

Davide Curreli

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