Richiudere le scuole è rinunciare alla speranza?

Mentre scriviamo queste righe è appena stato firmato il DPCM che prevede, in pratica, la chiusura delle scuole superiori in tutta Italia. Si tratta, sulla carta, di uno stop di qualche settimana, come avrebbe dovuto essere quello di quell’ormai famigerato 4 marzo, quando il Governo Italiano annuncio la sospensione della didattica in presenza. Anche allora per qualche settimana.

Di fatto i ragazzi hanno potuto rimettere piede in classe solo sei mesi dopo, e dopo appena un mese di scuola in presenza sembra sia il momento di tornare, chissà per quanto tempo, alla Didattica a distanza. Un sistema quest’ultimo che, nonostante gli enormi sforzi fatti dagli insegnanti, si è rivelata in gran parte inefficace.

Difficile dunque dire se si si stia andando nella direzione giusta. Da un lato il timore che il sistema sanitario possa collassare nell’arco di qualche settimana è tutt’altro che infondato. Dall’altro resta il dubbio se sia giusto ancora una volta far passare in secondo piano l’educazione dei nostri giovani. Anche perché è abbastanza evidente che se tra un mese le scuole dovessero riaprire si sarebbe punto e a capo, e il problema sarebbe semplicemente posticipato.

È quindi opinione abbastanza diffusa tra studenti e insegnanti che se, come sembra, il rischio del contagio è legato soprattutto all’affollamento nei mezzi pubblici utilizzati dagli studenti, sarebbe forse più opportuno studiare soluzioni alternative alla chiusura delle scuole, misura che finirà per compromettere seriamente un altro anno scolastico.

In questo frangente è oltremodo utile prestare ascolto a quelle voci autorevoli che ultimamente hanno ricordato quanto sia vitale in questo momento storico l’educazione dei giovani e come la mancanza della scuola possa dar luogo, per usare le parole del segretario della Nazioni Unite António Guterres, a una “catastrofe generazionale”, soprattutto per i più vulnerabili e marginalizzati.

Merita soprattutto attenzione l’insistenza di Papa Francesco sulla centralità dell’educazione in questo frangente storico. Esigenza ribadita nel videomessaggio dello scorso 15 ottobre con il quale il Papa ha aperto i lavori del convegno sul Patto Globale per L’Educazione. Già il 12 settembre 2019 Francesco aveva chiamato a raccolta tutti coloro che a vario titolo si occupano di educazione. L’incontro avrebbe dovuto aver luogo a Roma nel maggio 2020, e per ovvie ragioni non si è potuto svolgere. Così l’appuntamento è slittato di qualche mese, e si è svolto online.

Nel videomessaggio Papa Francesco ha affermato con forza che per umanizzare il mondo, per vincere la cultura dell’individualismo, occorre una nuova stagione di impegno educativo: «Ogni cambiamento richiede un percorso educativo, per costruire nuovi paradigmi capaci di rispondere alle sfide e alle emergenze del mondo contemporaneo, di capire e di trovare le soluzioni alle esigenze di ogni generazione e di far fiorire l’umanità di oggi e di domani».

Educare, ha ricordato il Papa, è un atto di speranza. E la speranza è ciò di cui oggi abbiamo più bisogno. Dimenticarselo sarebbe fatale.

Davide Meloni

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