“Il prossimo tra le nostre mani”: Commento al Vangelo di domenica 18 ottobre

A questo punto del Vangelo, Gesù di Nazareth si trova a Gerusalemme. Era partito dalla Galilea, la sua terra di origine, per portare l’annuncio del regno dei cieli, di un nuovo modo di comprendere la fede, le leggi, le relazioni, la propria esistenza.

1 «Tu che non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia a nessuno»

Gesù di Nazareth aveva da poco predicato lo sguardo d’amore del Padre verso tutta l’umanità, buoni e cattivi, puri e impuri, non curante della collera che avrebbe suscitato tra i dottori della Leggi presenti nel tempio. Non aveva paura degli sguardi incattiviti delle autorità e non era soggetto a nessuno. Anche noi dovremo cercare di non essere soggetti a niente e nessuno.

Troppo spesso, infatti, se ci riflettiamo un momento, mettiamo in discussione la nostra identità, il nostro modo di essere, le nostre convinzioni, pur di piacere agli altri. È un rischio che si acutizza in dinamiche relazionali sempre più intermediate da sovrastrutture sociali e comunicative che mettono in primo piano l’approvazione: il successo di una vita è legato alla “visualizzazione”, e viene misurato in base all’avere, al mostrare un “benessere plastificato”, dove il denaro si erge come garante di una “vita riuscita”.

Come sempre accade, il Vangelo si rivolge alla mia coscienza, mi chiama a fare i conti con l’essenza della mia vita: non lasciarsi condizionare, essere se stessi, sempre. E scorrono nella mia mente le innumerevoli situazioni in cui camminando per strada, entrando a lavoro, alla guida della mia auto, seduto in un ristorante, a colloquio con un amico, ho pensato a come venissi giudicato dagli altri. Sono pensieri negativi, che interferiscono nell’autentica crescita personale, nella concreta adesione all’essere quello che sono, al rispetto della mia forma.

Il rischio è quello di non centrarsi sulla propria identità, di lasciarci fuggire l’occasione di apprezzarci per quello che siamo, per come siamo stati creati, per quei difetti che ci rendono unici e quei pregi, che non hanno bisogno dell’ok di alcuno, perché sono già motivo di gratitudine verso chi ci ha dato la Vita.

Ogni qual volta ci sentiamo “assoggettati” da persone o situazioni, dovremo fare memoria di quell’Uomo di Nazareth che in nome dell’amore per il Creatore della vita, è andato incontro alla morte, pur di non barattare la sua verità.

2 Restituisci a Dio quello che gli appartiene

Con inganno gli fu chiesto se bisognasse pagare i tributi agli invasori. Gesù di Nazareth chiese loro una moneta, fece vedere che in essa era inciso il volto di Cesare e con molta semplicità disse: «rendete a Cesare quel che è di Cesare», quasi a dire restituite qualcosa che non vi appartiene. Ma aggiunse: «(rendete) a Dio quello che è di Dio». A queste parole – sottolinea l’evangelista – rimasero meravigliati e lo lasciarono andare.

Cosa dobbiamo rendere a Dio?

L’uomo è valore per sé stesso, e l’altro da me è creatura misteriosa, preziosa, sublime, risultato di uno sforzo evolutivo al quale prese parte il cosmo intero. Per i cristiani un tale prodigio non ha trovato altro perché se non un volere divino il cui Spirito Santo, altissimo e potente diede la famosa scintilla alla nuova creatura.

Non c’è nulla che appartenga di più a Dio se non il Tu, il prossimo della mia vita, della mia storia e dei miei giorni.

Gesù di Nazareth venne restituito al Creatore martoriato dalla vile violenza di chi non la pensava come lui, di chi non accettava il suo agire, di chi non aveva gradito l’Uomo Vero, il suo amore puro per «i buoni e i cattivi». Ora mi chiedo: come restituisco a Dio il mio prossimo?

Noi viviamo una vita in continua relazione. Nei rapporti familiari, amicali, in quelli sociali, a tu per tu, al telefono, tramite mail, messaggi e social media. Siamo continuamente chiamati a fare i conti con un Tu, che accogliamo in un confronto di opinioni, in relazioni di aiuto, di affetto, di condivisione.

Dovremo prendere coscienza di trovarci tra la mani l’Altro, nella sua rarità pregiata. Lui non ci appartiene, non è di nostra proprietà e non possiamo farne quello che vogliamo. Un esercizio conveniente sarebbe quello di ripensare ogni notte, quando si va a dormire, a tutte le persone che abbiamo incontrato, con le quali abbiamo avuto un rapporto e chiederci … “come ti restituisco a Colui a cui appartieni?”

Per tutte le volte che ho ferito un fratello con le mie parole, per tutte le volte che l’ho fatto star male, per le volte in cui ho travolto la sua delicatezza con l’irruenza della superbia sono chiamato a chiedere perdono al Padre di ogni creatura.

Le parole di Gesù di Nazareth siano ricordo indelebile, richiamo forte alla legge nuova secondo la quale “bisogna fare agli altri ciò che vorremo sia fatto a noi”. È l’unica possibilità che ci resta per vivere in una società meno distratta, più attenta e sensibile ad ogni Tu sempre più stanco, sempre più solo, sempre più anelante un trattamento rispettoso e umile, che lo conservi in tutta quella unicità, preziosità e valore con il quale gli è stata data la vita.

Come quando tengo tra le braccia un neonato tremo, perché sento la presenza di sua madre, il suo sguardo incollato alla sua creatura, affinché non gli accada alcun male… così, ogni qual volta mi ritrovo tra mie mani il mendicante al semaforo, il collega di lavoro, mia moglie, mio marito, i miei figli, una mia amica, sia tremante il mio cuore, perché un Padre ha lo sguardo incollato sulla sua creatura, affinché non le accada alcun male. È un tesoro da restituire.

Davide Curreli

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