Colori e fragilità del mondo in “Steve McCurry Icons”

«Steve McCurry Icons» è il nome della nuova mostra recentemente allestita negli spazi di Palazzo di Città, visitabile fino al 10 Gennaio 2021. Promossa dal Comune di Cagliari, organizzata da Civita Mostre e Musei SpA, in collaborazione con la Fondazione di Sardegna e SudEst57, è aperta al pubblico tutti i giorni, su prenotazione, eccetto il lunedì, con orario continuato dalle 10 alle 20. Cento capolavori che raccontano i colori, ma soprattutto la fragile umanità del mondo, passando dall’India all’Afghanistan attraverso l’Etiopia, la Birmania, il Giappone, il Tibet, lo Sri Lanka.

Steve McCurry è uno dei più grandi maestri di fotografia contemporanea, un punto di riferimento per un pubblico vastissimo e le cui immagini sono diventate, fin da subito, delle conosciutissime icone, a partire proprio dalla ragazza afghana diffusa sulle copertine del National Geographic. Scatti che, in circa trenta anni di proficua carriera, hanno segnato l’immaginario comune, raccontando il mondo attraverso i volti di variopinte culture. Nato nei sobborghi di Philadelphia, McCurry studiò Cinematografia e lavorò, inizialmente, come fotografo per un giornale locale. Dopo soli due anni, intraprese il primo di una serie di viaggi in India, esplorando il continente con la sua fedele macchina fotografica. Successivamente, si spostò in Pakistan dove, al seguito di un gruppo di profughi afghani, riuscì a varcare i confini pakistani mentre i sovietici chiudevano l’accesso alla stampa locale. Ma lui, con i rullini cuciti nella fodera dei suoi vestiti, riuscì a mostrare per primo le brutalità dell’invasione russa. Da quel momento Steve ha continuato a puntare il suo obiettivo sui paesi sparsi nei sei continenti. È stato insignito di alcuni dei riconoscimenti più prestigiosi, tra cui la Robert Capa Gold Medal e il National Press Photographers Award. Non solo: tra gli altri premi, ha vinto per ben quattro volte il Word Press Photo Contest.

L’elemento umano è la chiave delle sue creazioni, la parte migliore, con prospettive tanto inconsuete. Prospettive che raccontano di sradicamento, di fame, di disperazione, di culture millenarie, di tradizioni che rischiano di sparire, di povertà; ma quella povertà che debilita il corpo e anche lo spirito. Nei volti si affaccia l’anima più genuina dei soggetti fotografati, la loro esperienza di vita, la loro condizione umana. Fragilità e debolezza dietro cui si nascondono bellezza, meraviglia, familiarità. Tutte le opere sono costituite da un’infinita varietà di visioni luminose e contrastanti, di odori e sapori di mondi altri a cui solo la forza del colore può rendere giustizia. I contesti in cui sono stati realizzati gli scatti sono i più vari: dalle strade ai mercati, dalla quiete dei fiumi alle rovine della guerra. I rumori dell’India ed i silenzi dell’Asia: posti bellissimi geograficamente, che noi stessi abbiamo sempre sognato di raggiungere o che ameremmo vedere; posti esotici, pieni di fascino, ma nel cui lato non troppo nascosto, sono racchiuse storie difficili, spesso ignorate, nelle quali si può trovare anche un sorriso, testimone del loro modo di trionfare sulla sventura. Foto che fanno riflettere e che sono unite da un unico filo invisibile: il filo del sentimento umano. Niente è lasciato al caso, ma ogni accostamento è reso per far fluire le emozioni. Racconti di miseria ma di tanta speranza, perché i soggetti più deboli dell’umanità sono capaci di raccontare le più grandi storie di quanto accade nel mondo. Solitudine e coraggio, ma fierezza e dignità. Una dignità che passa attraverso la bellezza degli sguardi che esprimono l’appartenenza a tradizioni e culture antiche, lontane dal mondo occidentalizzato, e parimenti la loro immensa sofferenza. McCurry è quindi un cacciatore di storie, non tanto di immagini. E se anche l’arte fotografica non desse risposte a quelle storie, suggerirebbe comunque delle domande. Perché la fotografia avrà sempre l’incredibile potere di arrivare al cuore della gente.

 

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