“Il caldo cocente e il ristoro dell’acqua fresca”: commento al Vangelo di domenica 28 giugno

La guerra giudaica tra l’Impero Romano e i ribelli ebrei era terminata con la distruzione del tempio di Gerusalemme. Il giudaismo, duramente colpito, si aggrappa alle sue radici, o meglio ancora alle radicalizzazioni culturali, morali e religiose.

Il Vangelo di Matteo è rivolto proprio a questi giudeo-cristiani, esclusi, cacciati e perseguitati da un fariseismo ferito e dunque aggressivo. Da un giorno all’altro ci si trova ad essere nemici dei propri familiari: allontanati dai propri genitori, dai propri figli, ci si sente ripudiati e rifiutati.

1 «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me …». Iniziamo a comprendere le parole di Gesù di Nazareth scelte dall’evangelista per aiutare la comunità giudeo-cristiana in questo momento così difficile. La prima indicazione riguarda il fatto che l’esperienza religiosa non sottostà a leggi o legami cultuali, quanto piuttosto ad un’opzione relazionale e affettiva, infatti Gesù di Nazareth vuole essere amato, non obbedito. La seconda indicazione è la rivalutazione delle istituzioni culturali e sociali, come realtà che non possono costringere l’individuo in legami esclusivi, motivo per cui l’esperienza cristiana si colloca nell’uper, nell’oltre, nell’apertura al di più. Accoglienza per tutti coloro che sono stati scomunicati, allontanati, scartati.

2 «Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». La nostra vita va persa, va spesa, va giocata. La scelta, la prima mossa è solo nostra: «Chi non prende la propria croce». Non è Dio che ci dà la croce. Troppo spesso visioni religiose distorte e impreparate sentenziano sulle prove delle persone, stabilendo che Dio “ha concesso” determinate tragedie, malattie, fallimenti. È falso! La croce rappresenta la difficoltà che incombe nel nostro cammino di vita. Molto spesso è legata ad una dinamica di male, per la mancanza di rispetto, di amore, di benevolenza, per la mancanza di cultura, di formazione affettiva.

Non è Dio che ti ha condotto a cadere nella tossicodipendenza.

Non è Dio che ti ha dato un marito violento.

Non è Dio che ti ha fatto trovare una mamma che non ti vuole.

Non è Dio che ti ha mandato una malattia incurabile.

Non è Dio che ti ha messo sul lastrico.

Anzi, Gesù di Nazareth ha offerto un superamento della croce e della sconfitta: il riscatto. C’è una strada per risorgere dalla tossicodipendenza, dalla violenza familiare, dall’aridità affettiva, dalla tragedia di una perdita, dalla crisi esistenziale ed economica. Ma siamo noi e nessun altro a dover accettare e prendere quella croce che ci conduce verso il riscatto.

3 «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».  I discepoli erano quelli rimasti senza una famiglia, senza una casa, perché cacciati dalla loro comunità. È un discorso pratico: senza un riparo questi uomini avevano bisogno di ristoro. I discepoli di oggi sono tutte le persone di buona volontà che prendono la loro croce, accettano la loro condizione di sofferenza e si mettono in cammino. Loro hanno bisogno di un “bicchiere d’acqua fresca”, ossia sostegno, aiuto concreto. Si tratta di scendere dall’alto dei pulpiti, di uscire dalle comode sacrestie, di compromettersi nelle strade sporche e impolverate, dove la bellezza sboccia soltanto come epifania dell’incontro con l’Altro. Il bicchiere d’acqua non va fatto trovare, bisogna portarlo: non si tratta di un gesto superficiale, sbrigativo, non si tratta di una mera commissione o di un ridicolo precetto religioso da rispettare. Il bicchiere d’acqua deve essere fresco, preparato con cura e offerto con premura, prima che si scaldi sotto il sole cocente dell’egoismo, del distacco e della distrazione.

Dopo la guerra giudaica l’esperienza cristiana era accoglienza per i giudeo-cristiani rifiutati dalle loro comunità di origine.

Oggi l’esperienza cristiana dovrebbe essere accoglienza per coloro che hanno avuto il coraggio di prendere la loro croce e mettersi in cammino, con il sogno nel cuore di scrivere un capitolo inedito della loro vita.

A noi il compito di “scomodarci” e scendere nelle viae crucis, con il cuore pronto e la bisaccia piena d’acqua. Chiediti chi ne ha bisogno. Non andare lontano con i pensieri, non pensare agli spiccioli che riservi ai mendicanti fuori dalla chiesa senza nemmeno conoscerli per nome. Magari c’è qualcuno lì al tuo fianco che ha iniziato a camminare sotto il peso della croce. Apri gli occhi, accendi il tuo cuore, rallenta il tuo passo. Abbraccialo, fatti sosta e ristoro. La vita per alcuni è molto più dura. Da soli non ce la faranno mai. Aiutiamoci per davvero, non facciamo finta, non arrangiamo la nostra coscienza con ritualismi glaciali che non servono a nulla. Celebra Dio nella sua creatura amata. Prenditi cura di lei. Gesù di Nazareth lo dirà: «ogni volta che avete fatto una di queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me».

Davide Curreli

 

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