“Sotto il segno dell’Infinito”: commento al Vangelo della Domenica della SS. Trinità

Tra le memorie della comunità giovannea emerge la figura di un certo Nicodemo, un fariseo, osservante della legge. Fu avvicinato dai segni che il Nazareno aveva compiuto a Gerusalemme. I segni, in riferimento al termine greco scelto dai redattori, erano chiaramente ritenuti quali “manifestazioni del divino” (τὰ σημεῖα). Si tratta dello stesso termine già utilizzato nella religione greca, nella quale le divinità davano segni per mezzo della natura. Il fatto straordinario che attirò un uomo così colto, fu sicuramente la particolarità dei segni compiuti da Gesù, che manifestava il divino non per mezzo di elementi naturali, ma attraverso la sua carne, attraverso la sua presenza umana a favore dell’uomo stesso. In questo incontro straordinario tra cielo e terra, tra polvere e immensità, tra amore puro e debolezza, si fonda lo stupore di Nicodemo.

Con delicatezza Gesù coglie la sensibilità di quest’uomo, e accetta di rinunciare ad alcune ore di sonno per parlare con lui: «Egli (Nicodemo) andò di notte da Gesù» (Gv 3,2). Si tratta di una curiosità che sa di vita, di gioia, di crescita. Quando non ti basta “quello che dicono gli altri”, ma desideri andare oltre, per rispondere con franchezza al bisogno di novità che ogni essere umano sente nel suo profondo.

In un mondo in cui il cristianesimo spesso viene confuso con l’agitare un rosario durante un comizio dal cui pulpito ci si scaglia con malevolenza contro il bersaglio di turno, oppure con un presidente americano che dopo aver risposto con odio e veleno all’omicidio di un ragazzo di colore da parte di un agente, si presenta con la Bibbia in mano davanti ad una chiesa … oggi, più che mai, abbiamo un urgente bisogno di segni autentici. Quanta mestizia vedere abbinati riferimenti cristiani con il fondiglio della nostra società, con i seminatori di ostilità, con gli autori del razzismo contemporaneo, con i sostenitori della violenza cinica e insensibile.

Ecco l’urgenza di segni colmi di trascendenza, senza la paura di dire il motivo di un gesto, il senso di un’azione, di una parola rivolta al mio prossimo. Le parole che Gesù di Nazareth rivolse a Nicodemo arrivano ai nostri giorni per dirci che i segni senza «ciò che è del cielo» (Gv 3,12), non permettono di rinascere, lasciano che la “morte” regni, insieme alla tristezza, allo sconforto, alla solitudine.

È «cosa del cielo» l’amore e la premura affinché nessuno si perda. Infatti, «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). È «cosa del cielo» che non si emetta nessuna condanna su un uomo, ma che ci sia la sua salvezza. Infatti «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

Non si tratta di valori filantropici, ma dell’incontro tra il cielo e la terra, il sogno di Dio che si fa carne in Cristo duemila anni fa e si rinnova in chi cristiano non si definisce ma si realizza. Credere, significa lasciarsi stupire di come Dio possa entrare anche nella nostra storia, credere nell’incarnazione. Sarebbe scontato un atto di fede verso un “dio metafisico”. Il punto è l’intersezione tra il piano orizzontale e il piano verticale.

Vittime di odio, di offese e di violenze, donne e uomini che si sono smarriti nella loro vita, dovrebbero fare la stessa esperienza di Nicodemo: di notte, nel buio della loro esistenza, trovino un Dio che li attende affinché possano rinascere. Non attraverso chissà quale evento utopistico, apparizioni o prodigi, ma attraverso l’unico prodigio scelto fin dall’eternità: l’essere umano.

La condanna è divenuta “sentimento” che non dà tregua … Ci sentiamo condannati da una società che non aspetta altro che fartela pagare, ti condanna per non essere più all’altezza, per non avere un ruolo professionale importante, per non poter acquistare un determinato oggetto. Ci sentiamo addirittura condannati dalla nostra famiglia, che ti fa pesare il fatto di non essere abbastanza, per tua moglie, tuo marito, i tuoi figli e molto spesso per i tuoi genitori. Ancora peggio, condannato da te stesso, per ogni tuo errore, per la tua stanchezza, per le tue incapacità.

Dio non condanna nessuno! Lasciate pure che tra il fondiglio della società si emettano condanne: non hanno nulla a che vedere con Dio, non hanno nulla a che vedere con Cristo, non hanno nulla a che vedere con un cristiano. Chi condanna non viene da Dio.  Questa è ciò che il Vangelo definisce «verità». Nei versetti conclusivi del discorso Gesù dirà a Nicodemo: «chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21).

L’urgenza di segni colmi di trascendenza appare come un monito dei nostri giorni, spesso appiattiti sull’utile, sul proficuo, sulla convenienza di ordine economico. E allora ci si sorprende dinanzi alla tenerezza che profuma di infinito, all’ascolto comprensivo, al perdono di un amico … proprio come duemila anni fa, quando un fariseo si sorprese, scoprendo che in quei segni c’era Dio.

Davide Curreli

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