“Uscite dalla paura!”: commento al Vangelo della domenica di Pentecoste

Le strade di Gerusalemme erano molto affollate durante lo Shavu’ot. Si tratta della Festa delle Settimane, ossia la celebrazione ebraica in cui si ricorda la rivelazione della Torah a Mosè e agli Israeliti sul Monte Sinai, quarantanove giorni (sette settimane) dopo l’Esodo dall’Egitto, ed insieme si commemora la raccolta del grano e delle primizie della terra, dalla quale gli ebrei partirono schiavi e tornarono liberi. I discepoli cristiani, erano piuttosto impauriti dalla situazione, poiché avevano paura della reazione dei giudei nei confronti della loro adesione al messaggio di Gesù di Nazareth.

Il racconto lucano, nel secondo capitolo degli Atti, trasmette una sensazione di tensione, chiusura, costrizione.

Così, quando fuori dalle mura della nostra casa si sente il rumore della festa, ed io faccio fatica a guardare in faccia mia moglie, mio marito, i miei genitori, mio figlio. Allo stesso modo quando fuori dal mio intimo, si alzano risate sonore di chi mi circonda, i passanti camminano a testa alta, o siedono sicuri ai tavoli dei ristoranti, e dentro di me l’ansia di essere scoperto e colto in fallo, in una delle mie mille paure di non essere più all’altezza. Come quando fuori dalla mia maschera alzo i toni, mi mostro allegro e spensierato, faccio festa, ed invece dinanzi alla mia coscienza, non appena si spengono i riflettori, ancora non riesco a capire come uscire da una crisi personale, lavorativa, dalla crisi di una relazione, dalla paura di aver infranto il rapporto che mi manteneva in vita.

È la paura di “uscire”.

1.«Come il padre ha mandato me anche io mando voi»

Gesù invoca la pace per i suoi amici. La Shalom ebraica, non è semplicemente “pace”, ma augurio di completezza, benefici, pienezza e prosperità. Non si tratta di una speranza illusoria. Siamo stanchi delle false speranze, di quei meccanismi dei potenti che, attraverso la politica, manipolano gli umori delle società più fragili. Sono stanche tutte quelle persone che nei rapporti interpersonali vivono la stessa dinamica in cui “ti prometto che da domani” si ripete come ritornello in relazioni che continuano ad aggrapparsi a false speranze, pur di non lasciarsi andare, pur di non lasciare andare via.

La speranza cristiana è la promessa di un mandato, non un’illusoria soluzione miracolistica. Lo Spirito Santo si fa carne nella nostra storia, attraversa il nostro cuore, scorre nel nostro sangue, anima i nostri gesti e i nostri pensieri. Grida nel nostro intimo: alzati e vai! «Come il Padre ha mandato me, anche io vi mando!». Quanto è importante sentirsi mandati. Essere consapevoli di aver ricevuto un incarico, di avere un senso in questa vita. È ciò che ci dà coraggio, riduce la paura di quel mondo chiassoso che ci metteva in soggezione. Avere un mandato ci dona la sicurezza per credere in noi stessi, perché qualcuno ha scommesso su di noi.

Ma quale sarà il cuore del mandato cristiano? Consapevoli di essere stati permeati di uno Spirito Santo, quale missione ci aspetta?

2.«A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»

C’è un passato nella vita di ognuno di noi, un passato spesso ingiusto, lontano o vicino, che rende la nostra vita pesante. La parola ebraica Hattà tradotta come “peccato”, letteralmente significa “mancare bersaglio”. È l’immagine di quel tiro maldestro che condizionò la nostra partita; come quel gesto, quell’azione, quelle maledette parole che distrussero il rapporto con una persona cara, un mio familiare, un mio amico, un mio collega di lavoro. Quanto è difficile dimenticare i nostri sbagli, quanto è difficile sopportare il peso di un errore che continua a piegare il mio volto a terra, incapace di riprendere contatto con quello sguardo che ho tradito, offeso, colpito, ingiuriato, infamato, deriso.

La più grande sofferenza che esiste al mondo è l’assenza di perdono. “Devi fargliela pagare!”, “Non farti fregare!”, “Vedrai cosa ti succederà!”, “Chi sbaglia deve pagare!” … Sono i risultati di una società falsa e bugiarda, in cui lo stereotipo della “brava persona”, ideale e inesistente, è rappresentato dal vincente, da colui che non sbaglia mai e non ha nulla da farsi perdonare.

In realtà siamo tutti bisognosi di ricevere per dono quella comprensione, quel sostegno, quella seconda possibilità che ci solleva dal dramma dell’errore. Il nostro sguardo sia “perdonante” verso coloro che incontriamo: ad iniziare dal cassiere che sbaglia dandoci il resto, passando per il portalettere che sbaglia domicilio, il passante che ci urta accidentalmente, la commessa di un negozio che ritarda nel servirci, fino alle situazioni più importanti.

La vita cambia davvero, provare per credere. Quella missione che ci sembrava ridicola diviene la sola ragione per la quale guardare questo mondo con un po’ più di amore, meno illusi che per cambiare la nostra società sarebbe bastato un virus: per cambiare la nostra società serviamo io e te, che giorno dopo giorno ci perdoniamo a vicenda.

Solo l’uomo perdonato uscirà dalla paura, perché non ci sarà più condanna che piegherà il suo volto.

Nella stessa terra da cui partisti schiavo, puoi tornare libero!

Questo è il dono dello Spirito Santo.

Davide Curreli

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