La “fase 2” di Gesù: commento al Vangelo dell’Ascensione

L’Ascensione è uno dei misteri della vita di Gesù che più ci conduce al cuore della fede cristiana. Ma è anche uno di quegli episodi che più facilmente può essere equivocato.

Nel racconto dell’Ascensione, così come riportato nella prima lettura di questa domenica, Gesù, dopo aver promesso il dono dello Spirito, viene elevato in alto, avvolto da una nube e sottratto alla vista degli apostoli. Fanno la loro comparsa due uomini in bianche vesti che affermano che Gesù è stato assunto in cielo e che un giorno verrà allo stesso modo con cui è stato visto andare in cielo. Ed è qui che può nascere l’equivoco, perché l’episodio può essere letto nei termini di Gesù che se ne va e che un giorno ritornerà.

In realtà Gesù non “ritornerà” (semmai “verrà”, che è cosa diversa), per il semplice motivo che non è mai “andato via”. Dire che Gesù ascende al cielo, dire che Gesù va al Padre, significa in realtà affermare che è presente in modo nuovo nel mondo. Egli infatti non è più soggetto ai limiti del tempo e dello spazio, e si può dire che sia più presente ora di quando viveva in Palestina 2000 anni fa. L’Ascensione ha quindi come suo significato più profondo il fatto che Gesù entra nella profondità della realtà, della vita dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo.

La lettera agli Efesini a questo proposito afferma che Gesù è asceso al cielo “per riempire tutte le cose” (Ef 4,10). Quel Gesù che camminava nelle strade della Palestina, che faceva i miracoli, che diceva cose per cui la gente rimaneva a bocca aperta, quel Gesù che è morto in croce per noi è vivo e presente oggi e si fa compagno di strada di ogni uomo. Cristo c’è nelle nostre vite, nelle nostre case, nelle nostre città, nelle nostre storie personali e collettive. Lì dove gli uomini vivono, soffrono, sperano, lottano per una vita migliore, una vita degna e piena di senso. Lì Cristo c’è. C’è quando stiamo bene e quando stiano male. C’è anche quando sbagliamo, quando facciamo esperienza del fallimento. C’è soprattutto nel nostro stare insieme nel suo nome, nel nostro provare a volerci bene e a vivere come lui ci ha insegnato.

Tutto questo è detto benissimo nel Vangelo di questa domenica. “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra”: Gesù Cristo è il Signore della vita e del mondo e siede alla destra del Padre, è al di sopra di ogni “Principato e Potenza”, di ogni “Forza e Dominazione”, cioè è più potente di tutte quelle forze che dominano la nostra vita: i nostri idoli, le cose in cui riponiamo le nostre speranze, le circostanze o le persone che ci opprimono, le situazioni negative che viviamo… insomma tutto ciò che sembra dominare e condizionare pesantemente la nostra vita. Queste cose non è che non ci siano più, ma sono vinte da qualcosa di più grande: Cristo presente. È lui il vero Signore della nostra vita e della vita di tutti, e perciò possiamo e dobbiamo fidarci di lui, abbiamo la possibilità di lasciarlo entrare nelle situazioni che viviamo e permettergli di realizzare quel Regno di giustizia e di pace che ha promesso a coloro che aprono la porta e lo lasciano entrare.

Il Vangelo prosegue dicendo che Gesù invia gli apostoli a “far discepoli tutti i popoli”, perché tutti hanno diritto a ricevere la buona notizia del Regno. E infine il versetto con cui si chiude il Vangelo di Matteo: “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gesù è con noi sempre, non solo quando andiamo in chiesa, quando preghiamo, quando siamo degni di lui. E sarà con noi “fino alla fine del mondo”, dove questa fine è da intendersi non solo in senso spaziale e temporale, ma anche nel senso che lui è con noi in ogni aspetto della nostra vita, della nostra storia, anche in quelle regioni della nostra esistenza dove non osiamo sperare che lui possa farci visita.

Davide Meloni

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