“Cosa devo fare?”: commento al Vangelo della VI domenica di Pasqua

Continua il lungo discorso di Gesù rivolto ai suoi discepoli, collocato, dalla testimonianza giovannea, qualche ora prima del suo arresto e della sua dipartita. Sono le parole di un condannato a morte, pienamente cosciente di un destino che di lì a poco lo avrebbe travolto. L’approccio a questo brano lo vivo con la stessa delicatezza di quando mi sono avvicinato al capezzale di un moribondo, per accogliere le sue ultime parole da conservare come segno di immortalità e garanzia di un oltre, in cui resta solo ciò che veramente conta, eredità preziosa, inestimabile.

I suoi discepoli, quelli presenti all’ultima cena, avevano sentito bene: «ancora per poco sono con voi» (13,33). Il Nazareno parla a bassa voce. Non ci sono folle che devono sentirlo: solo i suoi amici seduti a tavola. È arrivato il momento in cui la vita “suona l’allarme”: è l’inizio di un countdown che ci mette davanti al dramma del “destino irrimediabile”. Si rivolge ai suoi amici, a me e a te, per tutte le volte in cui sono vicino ad una fine, per tutte le volte che mi sembra stia per “scadere il tempo”, per tutte le volte che sto per perdere qualcosa di importante… mi parla in quello spazio invivibile, in cui ci si trova sospesi, in cui si cerca un improbabile equilibrio, in cui il vento gioca con il destino del mio approdo.

Cosa devo fare? Si tratta della vera domanda fondamentale. In essa sono inclusi gli interrogativi esistenziali, “chi sono”, “da dove vengo” e “dove vado”. Perché in questo mondo siamo compromessi con una concretezza che aspetta da noi delle azioni, traduzioni obbligate di pensieri, ideologie e credenze. L’esperienza della vita significa l’accettazione ad essere trafitti, infilzati, attraversati (dal gr. ex-peiro) dalla realtà e dagli eventi che ci domandano “e ora tu che fai?”.

La società occidentale contemporanea pullula di counselors, di dispensatori di ricette, soluzioni, consigli che nella maggior parte dei casi ti addestrano ad essere migliore degli altri, a guadagnare più degli altri, ad avere un make-up migliore delle altre ragazze, ad essere una mamma migliore, un compagno migliore, un professionista migliore degli altri … in questa competizione che ci sta mettendo in un “tutti contro tutti”, che inietta dentro di noi un spirito di rabbia, di confronto. Sommersi di risposte che non considerano il cuore dell’interrogativo sul da farsi: colmare la solitudine nell’atto della scelta, nel difficile compito di raccontare la nostra esistenza, soprattutto nei capitoli più densi, o ancora tra un capitolo e l’altro.

Il messaggio di questa domenica è straordinario. Non siamo lasciati orfani (cf. Gv 14,18). Ognuno di noi non sarà mai abbandonato nella sua scelta. Si tratta di una consolazione dolcissima. Come un amico, un fratello, un padre che alla fine della sua vita ti dice “non ti lascerò solo”.  Allora siamo chiamati a ritornare a noi stessi, proprio alla ricerca dello «Spirito della Verità» (Gv 14,17). Percepire la sua presenza significa ascoltare il nostro respiro (dall’ eb. Ruah¸ ossia “spirito vitale”), che diamo sempre per scontato, eppure si tratta della cosa più importante che ci mantiene in vita. La nostra verità, quello che siamo nel nostro profondo il mondo attorno a noi spesso non la vede; un po’ come il mio respiro, il mio Ruah, ma è talmente vero, che se non ci fosse morirei.

Lo Spirito della Verità è il nostro essere più autentico, ciò che noi siamo nel più profondo di noi stessi, prima di ogni consiglio, prima di ogni compromesso, al di là dei mille suggerimenti, oltre i condizionamenti più forzati. Non siamo chiamati ad obbedire ad un estraneo, non siamo chiamati a cercare una consolazione “fuori di noi”. Lo Spirito, la potenza del creatore, abita, rimane, è presente dentro di noi. Per questo la comunità giovannea lo chiama Consolatore.

Storci il naso, fai fatica a crederlo. Ti capisco. Infatti, il discorso di Gesù di Nazareth non si ferma qui. Come si manifesterà la sua presenza nella nostra vita? «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (13,34). Realizza questo e lo vedrai, perché lui si manifesterà (dal gr. en+faino), apparirà, verrà al mondo.

Quando ti sentirai sospeso in una scelta fondamentale, oppure in una scelta di vita quotidiana, non lasciarti terrorizzare, non permettere che il mito della scelta perfetta ti immobilizzi nella paura di sbagliare. Esiste una risposta che lo Spirito ha portato dentro di te. Sarà la risposta vera se ti condurrà ad amare. Non per rispettare una legge. Ma perché l’essere umano trova senso solo nell’amare: siamo stati creati per questo. Non possiamo negarlo: ogni qualvolta ci siamo messi in gioco per amore, abbiamo goduto la gioia di farlo. Attenzione: nell’amare concretamente qualcuno. «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato», lo diceva mentre lavava i piedi, il come si riferiva al suo chinarsi nel servizio, alla sua cura e alla sua premura. L’amore non è mai “in generale”, non è mai “per qualcosa”, è solo per “qualcuno”.

Dunque, inizia pure a sorridere…  per alcuni saranno fantasticherie, per altri la presa di coscienza che grazie a ciò che farai per amore, nascerà ancora una volta Dio sulla terra, la presenza di Cristo nella storia degli uomini perché lo aveva promesso: non ti lascerò orfano.

Davide Curreli

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