“Un Oltre che ci raggiunge nella nostra paura”: commento al Vangelo della V domenica di Pasqua

Il discorso di Gesù di Nazareth che leggiamo questa domenica, viene collocato dalla comunità giovannea, nel contesto dell’ultima cena. Parole di addio, parole fondamentali, pietre miliari della predicazione del Vangelo.

«Non sia turbato (tarassestho) il vostro cuore» (Gv 14,1a).

Nel versetto precedente l’apostolo Pietro aveva promesso di seguire il suo Maestro “a tutti i costi”, ricevendo la Sua smentita, nell’evidente consapevolezza della fragilità umana. Le parole di Gesù di Nazareth si innestano in quella esperienza esistenziale in cui la nostra promessa ha la pretesa di soddisfare il desiderio di pienezza. È il convincimento radicato in un volontarismo che nei nostri giorni rischia di illuderci, facendoci credere che bastiamo a noi stessi: “se vuoi, puoi”. Io conosco molte persone che pur volendo non possono. Sarebbe meglio se, con onestà, accettassimo una dimensione esistenziale più concreta e realistica, dove venga inclusa la fatica di chi deve confrontarsi con contingenze esterne, contesti sociali ed economici, secondo quella storicità che continuamente condiziona la nostra direzione di vita.

Quando non riesci a trovare un lavoro,

quando i tuoi affetti vengono meno,

quando ti senti incompreso,

quando hai la sensazione di aver perso tutto,

quando subisci un’ingiustizia,

quando viene a mancare una persona cara,

quando devi affrontare una prova inaspettata,

quando fai i conti con una profonda solitudine,

quando non capisci che strada devi prendere,

quando anche se vuoi non puoi…

il nostro cuore rischia di essere sconvolto (tarasso) e viene a mancare la protezione, il sostegno, non ci si sente più “avvolti”.

Gesù di Nazareth avrà letto questa emozione nei volti dei suoi amici. Quel momento in cui la vita ti colpisce, ti senti smarrito e hai bisogno di reagire. Ma le parole di Gesù “non avere paura”, sono seguite dalla reale rassicurazione. Non bastava infatti dire non sia turbato il vostro cuore.

«Io vado a prepararvi un posto» (Gv 14,3).

Questa è una parola importantissima che non dovremo dimenticare mai. Ogni qualvolta ci troviamo in una relazione di aiuto, dovremo essere in grado di indicare un oltre. È davvero inutile dire (solamente) “non avere paura”. Per convincere un bambino a non avere paura, dobbiamo entrare con lui nella stanza buia. Per convincere un uomo a non avere paura, è necessario avanzare con lui, per convincerlo che c’è ancora una strada davanti, c’è ancora una vita che la vale la pena di essere vissuta.

Le parole di Gesù di Nazareth mi raggiungono come un raggio di sole che brilla, che scalda e porta luce nella stanza buia delle mie paure. C’è un posto anche per me. C’è un posto oltre la mia paura. Non mi fermo ad una comprensione escatologica, ma accolgo, con un sorriso inaspettato, la consapevolezza che la mia vita è orientata verso, che la mia vita ha senso, che c’è un posto, una soluzione, una meta raggiungibile anche per me. Posso andare avanti, non perché una voce mi ha detto di non avere paura, ma perché ho scoperto che in questo mondo c’è il mio posto, esiste il motivo per cui sono nato. Questa ragione non esclude la paura, ma mi offre la possibilità di non rimanere imprigionato nelle palude della tristezza, là dove troppo spesso la resa mi sembra l’unica soluzione possibile.

Quando hai paura non fuggire, non accettare soluzioni scontate, miracolose. Fai lo sforzo di credere che la tua esistenza è stata pensata, che la tua vita non è in balia del caso, non è tragicamente abbandonata alla fatalità: questo mondo ti stava aspettando, questo mondo ha bisogno che tu vada ad occupare il tuo posto.

Non sia turbato più il tuo cuore: esiste un Dio che ti ha mostrato la strada. Credi in Lui, se non altro per le sue opere, se non altro perché anche lui ebbe paura di morire, di fallire, di non essere più tra le mani del Padre, di essere abbandonato, ebbe paura di rimanere solo … ma non fuggì via, guardò avanti, consapevole che il suo posto sarebbe stato “al di là del sepolcro”.

In conclusione, è chiaro che siamo chiamati a preparare posti ai nostri fratelli “al di là dei loro sepolcri”. È inutile dire loro di “non avere paura”, di rinascere, di non lasciarsi abbattere dalle tragedie. Allo stesso modo con cui una mamma si prepara ad accogliere un figlio che sta per nascere, dovremo prodigarci di disporre luoghi esistenziali in cui il mio prossimo possa trovare conforto, amore, possa trovare una dimensione di vita piena. Se aspettiamo le istituzioni, se aspettiamo che “qualcuno ci penserà”, rischiamo di portare sulla coscienza il terrore di quel bambino che è dovuto entrare da solo nella stanza buia, senza che nessuno si sia degnato di accompagnarlo, di tenerlo per mano … mentre fuori dalla porta si è sprecato il tempo a dire che Dio non esiste.

Davide Curreli

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