“Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere”: commento al Vangelo della III domenica di Pasqua

Dov’era l’Onnipotenza di Dio? Dov’era la Sua liberazione? Che fine aveva fatto la Sua promessa di salvezza? Il contesto sociale e politico palestinese era quello di una provincia romana, soggiogata da una dominazione soffocante, che privava il popolo di una libertà accolta dai patriarchi come realizzazione della promessa di Dio. Un popolo “arrabbiato” dunque, che si sentiva tradito, abbandonato, disorientato. Quante volte ci ritroviamo ad alzare gli occhi al cielo con il cuore che grida le stesse domande a Dio? Come quei due uomini diretti ad Emmaus, spesso sento che non ci sia altro da fare che abbandonare Gerusalemme, tornare a casa, arrendersi.

«Speravamo fosse lui a liberare Israele» (Lc 24,21). Il greco presenta il verbo lutroo, che include la radice del verbo luo, che significa letteralmente “sciogliere”, “slegare”, “slacciare”. Quando mi ritrovo a riprendere la strada verso l’accampamento, quando l’unica soluzione è di tornare al porto, quando la sera mi viene l’angoscia perché si sta concludendo un altro giorno senza avere risolto nulla, quando la sera realizzo che il mio cuore non ha ricevuto nemmeno una goccia di conforto … anche io grido “liberami!”, ossia “slega” la mia esistenza dai lacci della paura e dello sconforto.

Ma come possiamo pensare che Gesù di Nazareth possa fare qualcosa? Cosa può fare un Dio, che incarnatosi in un uomo della Giudea è stato catturato, torturato e ucciso appeso ad una croce?

«Alcune donne ci hanno sconvolto» (Lc 24,22). Uno sconvolgimento: il greco presenta il verbo ex-istemi, dove –istemi indica lo “stanziare”, il “rimanere in un punto”, lo “stare fermi”, e il prefisso ex- indica il “movimento”, un movimento in uscita, una “scossa che ti fa perdere la posizione”, che smuove lo stallo. Letteralmente potremo tradurre: «alcune donne ci hanno “spostato/alterato/messo fuori di noi”». Abbiamo bisogno di qualcuno sconvolga la nostra vita il nostro modo di pensare.

Non rimanere a guardare ciò che è morto, a rimpiangere ciò che non c’è più, a piangere su un cadavere. Non lasciare che la tua vita resti impigliata nei grovigli mortiferi della disperazione. La sofferenza ha un limite, si attraversa per rinascere: «non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26)

Si sta nel sepolcro fino a quando … «un Uomo spezzò il pane e lo diede loro» (Cf. Lc 24,30). Non è un verso da spiegare: ancora una volta il Vangelo si presenta come Parola che non va compresa ma vissuta. In questi giorni ho avuto la possibilità di far parte della squadra di volontari al servizio della Caritas Diocesana. Posso testimoniare di avere incontrato quest’Uomo.

Una madre, al telefono, con la voce rotta dalla commozione per l’imbarazzo, la stanchezza e lo sconforto, mi ha chiesto se fosse possibile ricevere la spesa solidale. Abbiamo registrato il suo nome e organizzato la consegna. Il suo grazie, ripetuto con delicatezza, più volte, è stata epifania del Risorto, ed il cuore mi batteva così forte, perché mi “sono trovato coinvolto” in un quadro sublime e concreto della rinascita, che quell’Uomo di Nazareth ci aveva promesso.

Dove si spezza il pane rinasce la vita, dove si condivide, dove si fa comunione, dove l’amore diventa dono concreto, lì c’è la risurrezione. Nessuna azione di convincimento, nessuna conquista logica, teologica, culturale o intellettuale. Un gesto, un semplicissimo gesto, in quel contesto umile e prezioso della tavola, durante il pasto. Si tratta del luogo della familiarità, dove dovremo ospitare quei viandanti che vagano tristi e sconfortati come i discepoli di Emmaus. Siamo stati creati per amare e aver cura del prossimo, perché siamo nati grazie ad un gesto di amore e tenuti in vita grazie alle cure ricevute.

Vorrei che in questo periodo in cui si parla di “fase due”, di ripresa della attività commerciali, di rinascita dell’economia, di ripartenza dei mercati, non ci dimenticassimo che la vera risurrezione si compie solo dove c’è con-divisione, dove cade l’egoismo e si fa spazio alla solidarietà. Concretamente potremo rinascere se non ci lasceremo accecare dalla concorrenza spietata, se non torneremo ad agire con quel gelido cinismo che gode nella crisi e nella disfatta dei miei competitors. Si riparte davvero, si rinasce realmente solo se metteremo un briciolo di amore verso il prossimo, solo se non calpesteremo distratti e assettati di guadagno quella voce impaurita che ci chiederà di condividere la nostra tavola e di spezzare il nostro pane. Ricordiamoci che solo quello sarà pane benedetto, perché tutto ciò che sarà impastato con la farina dell’egoismo, dell’avidità, il pane che crescerà grazie al lievito dell’indifferenza e della slealtà, sarà pane maledetto, che non porterà alla nuova vita, alla rinascita, ma sarà l’ennesimo laccio mortifero che soffocherà la vita di un uomo come me.

Utopia? Sappiamo che questa parola greca significa non-luogo. Se prima potevamo dire che la risurrezione potesse sembrare una utopia, ora non ci sono più scuse. Il luogo della risurrezione esiste, è la condivisione: si risorge dove “divido il pane con il prossimo”, dove “ci si prende cura gli uni degli altri”. Lì si risorge. C’è un luogo. Mi spiace, sarebbe più comodo, ma la risurrezione non è utopia. Il “problema” è che mi coinvolge!

Davide Curreli

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