“La vita nuova, qui e ora”: commento al Vangelo di domenica 19 aprile

Questa domenica leggeremo il racconto di un incontro tra la vita di Gesù di Nazareth e la vita dei suoi discepoli, in particolare ci soffermeremo sull’incontro con la vita di Tommaso. Non ci riferiamo ad eventi ascetico-antropomorfi, o esclusivamente spirituali. La nozione di anima non appartiene al mondo giudaico-cristiano, quanto piuttosto alla filosofia platonica. Nell’ambiente semitico si parla di nefesh: erroneamente tradotto anima, letteralmente il soffio della respirazione, spesso riferito nel primo testamento alla gola, trachea, al collo; si tratta, in una parola, della vita. Siamo davanti ad un evento fondativo che la comunità giovannea custodisce e tramanda in un periodo storico in cui, alla fine del I secolo, iniziavano a mancare i testimoni oculari di Gesù di Nazareth. La fede pasquale rischiava di essere concepita esclusivamente come accesso alla salvezza escatologica, orientata all’al di là. I cristiani di quel tempo, come tutti noi, donne e uomini di ogni epoca, avevano la necessità di comprendere l’effetto della risurrezione di Gesù di Nazareth. Non l’effetto “straordinario”, quanto piuttosto l’effetto esistenziale, incarnato, pratico, concreto, vestito di quotidianità, di storia.

Tommaso non è presente al primo incontro (Gv 20,19-23), “è mancato all’appuntamento ufficiale”. In quella prima settimana, nella sua vita, non era cambiato nulla. È come se questa parola raggiungesse me e te per dirci “non vi preoccupate se la risurrezione di Gesù non ha cambiato ancora nulla nella vostra vita”. Si, perché per molti di noi, sinceramente, dalla scorsa domenica ad oggi, non è cambiato nulla! Tirando le somme la mia condizione personale non è mutata di una virgola: continuo a faticare nelle mie relazioni, soffro per il rapporto con i miei genitori, o con i miei figli, non ho ancora trovato lavoro, la disperazione non cessa di perseguitarmi, le mie debolezze segnano il mio agire, le ferite del passato continuano a sanguinare, etc. Comprendiamo perfettamente lo sfogo di Tommaso, parafrasando Gv 20,25: se non vedo che la Nuova Vita comprende anche le ferite, io non ci crederò! Mi commuove davvero la domenica in cui Gesù di Nazareth, la sua vita risorta, si incontra con l’angoscia di Tommaso.

È come se ci fosse una domenica di risurrezione per ognuno di noi, a prescindere dal calendario. «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani» (Gv 20,27). Io, come Tommaso, sono chiamato personalmente a prendere parte ad una resurrezione che non escluda la realtà, non escluda tutto l’irrisolto della mia storia, non escluda la mia debolezza, la mia fragilità, la mia ferita ancora aperta. Dunque, crederei alla risurrezione perché il Risorto non mi chiama ad entrare nell’illusione utopica di una vita nuova, altra, rispetto a quella storica con la quale faccio i conti ogni giorno. Se questo iniziasse ad interessarmi, dovrei considerare quale sia il fondamento della mia esistenza. Tommaso infatti arriverà a dire: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). Si, bisogna stabilire chi è il tuo Signore, il Signore della tua vita, il tuo modello di vita, l’esempio da seguire, il tuo dio. Tutti abbiamo un dio. La maggior parte di noi è arrivato a dire che “io sono il dio di me stesso”. Siamo liberi di scegliere. Tutti affidiamo la nostra vita a qualcosa che possa darle un senso, una ragione per vivere, intendendo questa ragione, come il sostegno sul quale fondare il nostro cammino. Senza fidarci di niente e di nessuno impazziremo. La maggior parte della gente, soprattutto nella nostra società occidentale, afferma di credere solo in sé stesso. Questo egocentrismo estremo, questa autoreferenzialità è funzionale al sistema pan-economico, e da esso è incentivata in tutti i modi: più siamo isolati, più abbiamo bisogno di avere, per compensare alla tristezza di un essere imprigionato nella solitudine. Ed allora mettiamoci gli uni contro gli altri, creiamo partiti, divisioni, diffidenza, sfiducia nel prossimo, pregiudizi nell’altro, discriminazione, razzismo, idolatria del successo esclusivo e personale, e via dicendo… tutto ciò che possa illudermi di bastare a me stesso, e continuare a comprare (!) ragioni per vivere felice.

In questa mia domenica di Risurrezione rinnovo la mia scommessa su Gesù di Nazareth, il risorto, come Signore della mia storia. Questo significa avere un Dio che non ti fa sentire a disagio nella tua umanità, che non ti accusa e non ti giudica per la tua fragilità, che non ti fa pesare tutti gli errori della tua storia, che non ti aspetta sul “piedistallo della perfezione”, in attesa che tu “sia degno” di presentarti per essere ammesso ad una vita nuova. Ti dice che la vita nuova inizia qui ed ora, la vita nuova non è un obiettivo, ma il nome della via da percorrere. La risurrezione non è una “teletrasposizione esistenziale fantasiosa” in cui la mattina mi sveglio e tutti i miei problemi sono risolti. Risorgere con Cristo, vuol dire mettersi in cammino nonostante le ferite, sapendo che, semplicemente, siamo in due. Ogni volta che un mio fratello condividerà una salita con me, lo ringrazierò, e guardandolo negli occhi, con un sorriso, ringrazierò anche il Risorto, perché ancora una volta ha camminato con me, con i piedi e le mani ferite ed il costato aperto.

Davide Curreli

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