«Capite quello che ho fatto per voi?»: commento al Vangelo del Giovedì Santo

Il Vangelo di Giovanni che siamo chiamati a vivere questa sera ci offre l’opportunità di entrare nel triduo pasquale.

Tutto ha inizio a tavola. La comunità che cresce attorno alla figura di Giovanni ha raccolto la testimonianza di una cena, l’ultima che, secondo una cronologia narrativa, precede la passione, la crocifissione e la morte di Gesù di Nazareth.

  1. «Fino alla fine amò loro»

La comunità cristiana nata dall’annuncio giovanneo conosceva bene i racconti di questo amore, tanto che lo stesso apostolo veniva definito “colui che Gesù amava”. Il verbo greco che troviamo nel testo agapao, molto probabilmente corrisponde all’ebraico ahabà, cioè un amore sponsale, oblativo, di condivisione, nel superamento dell’egoismo per la cura affettiva dell’altro, in un rapporto diretto. È l’amore che continua fino alla fine, oltre la fine! Supera ogni minaccia di precarietà, ignora ogni condizione di sussistenza. È l’amore che si staglia al di là di ogni infedeltà e tradimento.

Questo è l’amore con il quale Gesù di Nazareth si era legato ai suoi, questo è l’amore che durante la cena ha desiderato manifestare. Ancora una volta.

  1. «Si alzò da tavola».

Questa è la “prima resurrezione”. Si tratta di una ri-nascita esistenziale, dove la nostra condizione attuale viene stravolta. Lo “stare seduti” dice comodità, rinuncia, attesa, lasciare che il tempo passi, vuol dire farsi servire, vuol dire affidarsi alla sorte, alla “speranza” che le cose cambino… che qualcuno ci pensi.

Alzati da tavola! La Pasqua, si compie solo se ti alzerai in piedi, se non continuerai a pensarla sempre allo stesso modo, se cambierai prospettiva del tuo sguardo su tuo figlio, sui tuoi genitori, su tuo fratello, tua moglie, sul tuo compagno. Alzati da tavola! Dobbiamo iniziare un cammino verso la risurrezione. Non accadrà tutto per “miracolo”.

  1. «Si spogliò delle sue vesti»

Spogliarsi. Togliere di dosso le armature che ci appesantiscono. Le armature che indossavamo ogni giorno per tutte le battaglie che segnavano le nostre giornate. Per affrontare relazione asfittiche, rapporti impossibili, situazioni lavorative difficilissime. Per affrontare noi stessi, per proteggerci dalle nostre paure, dalle nostre debolezze, per coprire le nostre fragilità, per non ammettere a noi stessi che nudi proviamo vergogna. Senza i nostri vestiti, senza le nostre “maschere quotidiane” la nostra vita non avrebbe molto senso, perché prima che ci accettino gli altri non ci accettiamo nemmeno noi stessi, e restiamo nascosti dietro i mantelli di ciò che abbiamo per celare quello che semplicemente siamo.

Disarmiamoci.

  1. «Indossò il grembiule e cominciò a lavare i piedi dei discepoli»

Cosa dobbiamo fare? La cosa più semplice, nessun miracolo. Indossare un grembiule e lavarci i piedi a vicenda. Tutti sappiamo che al tempo di Gesù di Nazareth si trattava di un’azione compiuta dai servi che lavavano i piedi agli invitati, in quanto questi calzavano solo dei sandali e si sporcavano facilmente a causa delle strade polverose e fangose.

Come si potrebbe tradurre questo gesto? Si tratta della manifestazione dell’amore. Per rinascere sei chiamato ad amare. Per rinascere chinati, mettiti a servire. La rinascita, la resurrezione di Cristo non ti chiama a compiere gesti eclatanti. A pensarci bene funziona davvero così. Quando siamo capaci di prenderci cura di qualcosa, o meglio di qualcuno, la nostra vita cambia, il nostro cuore inizia a battere secondo un ritmo che rende piacevole la nostra quotidianità. Sono preludi di resurrezione. Stavamo aspettando un grande stravolgimento, una rivoluzione straordinaria … bastava alzarci, disarmarci e iniziare ad amare.

Mi fa sorridere che la nostra società ci proponga alcune scorciatoie, piuttosto ridicole con il senno di poi. Presunti Life Coaching, bizzarri “maestri di vita” consigliano di prendersi cura di un cane o di un gatto per vivere meglio, di curare un bonsai … Si è vero che il “prendersi cura” fa sentire vivi, accresce l’autostima, la consapevolezza di essere individui capaci di amare e dunque di sentirsi amati. Ma nella sua più autentica comprensione è richiesto il compromettersi in un rapporto umano. Immergersi nell’esperienza di amore e di servizio verso i più bisognosi, verso i bisognosi a noi più vicini come i componenti della nostra famiglia. È inutile far crescere un bonsai o viziare un pincher nano se non rivolgiamo più la parola a nostro figlio, a nostro padre o a nostro fratello o sorella o madre.

  1. «Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi»

Gesù di Nazareth consegna all’umanità l’esempio o, più concretamente, la “prova” del fatto che all’origine della rinascita ci sia l’ahabà, l’amore come servizio, come cura del nostro prossimo.

Davide Curreli

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