“Quell’amicizia più grande della morte”: commento al Vangelo di domenica 29 marzo

Molti giovani cercano di capire cosa cambierà, dopo che avremo attraversato questa esperienza storica così intensa e tremenda. Cosa cambierà? Ce lo siamo chiesti anche noi? Venerdì sera Papa Francesco ci ha ricordato che siamo nell’«ora del nostro giudizio»: l’ora della crisi, parola che deriva dal greco krino, che vuol dire giudizio, scelta, discernimento.

Non esiste momento più favorevole di una CRISI.

Forse è questo il motivo per cui il Vangelo di questa domenica, ci pone dinanzi agli occhi una scena, che vede due sorelle, i discepoli, un gruppo di giudei, e addirittura Gesù di Nazareth entrare in profonda crisi.

Avremo modo di leggere l’undicesimo capitolo di Giovanni. Il racconto ci riporta l’episodio in cui Lazzaro di Betania, amico intimo di Gesù si ammalò gravemente, mentre le sue sorelle, Marta e Maria, cercarono in tutti i modi di assicurarsi della presenza di Gesù, sperando in un suo miracolo. Questo si compirà solo a conclusione di un susseguirsi di quadri dai colori densi, nei quali potremo contemplare l’espressione di gesti carichi di emozioni.

Ora siamo chiamati a prendere una decisione. Il racconto della risurrezione di Lazzaro può rimanere una pagina piatta, un episodio che non tocca la mia vita: “non credo nella risurrezione, nessuno può tornare in vita una volta morto”. Oppure, potremo considerare questo racconto come una luce che illumina il mistero della morte, nella quale i cristiani contemplano una «qualche forma di esistenza» (direbbe K. Jung) nell’aldilà. C’è ancora una terza possibilità: proviamo a leggere questo brano facendolo aderire alla nostra storia personale, andiamo ad osservare – occorre coraggio – quei lacci che legano la nostra esistenza, quelle situazioni in cui ci sentiamo “sepolti”, in cui non agiamo come vorremo, dove sentiamo una profonda tristezza nel cuore, manchiamo di stima verso noi stessi.

Ecco allora due immagini.

1. «Quando sentì che Lazzaro era malato, Gesù rimase due giorni nel luogo dove si trovava».

Le sorelle di Lazzaro si preoccupano, mandano alcune persone ad avvisare Gesù dell’aggravarsi delle condizioni di salute. C’è agitazione, la fretta di sistemare, la fretta di intervenire. Bisogna subito fare qualcosa.

Sappiamo anche noi che bisogno fare qualcosa. Subito? Gesù rimane due giorni dove si trova. Non si muove. Resta fermo per due giorni: sono i giorni simbolicamente più bui e gelidi, i giorni della passione (uno) e della morte (due). Precedono il terzo giorno, quello della rinascita.

Rimanere in questi due giorni è la fatica più grande. Mi emoziona contemplare questa immagine. Perché faccio parte di una società in cui cerchiamo in tutti i modi di non rimanere nemmeno un secondo in questi due giorni. Comprendo a stento che solo l’esperienza di questa attesa può realmente fecondare la mia rinascita. Molto spesso è più facile rimanere a guardare fuori dalla finestra in attesa dell’alba, piuttosto che vivere dentro la nostra casa, dentro la nostra vita, dentro la nostra famiglia, dentro quella relazione in cui “già si sente cattivo odore”. Stare fermi lì dove ci troviamo, al buio e disarmati, dinanzi a quella realtà che ci appartiene, ma che non siamo in grado di risolvere; fermi davanti a quel nodo della nostra storia che non siamo ancora riusciti a sciogliere.

Non vediamo l’ora di uscire di riprendere i nostri ritmi frenetici, non vediamo l’ora che la famigerata “normalità” possa di nuovo illuderci che questi due giorni non servano, che di fronte agli altri devi sorridere, devi pensare positivo, devi frequentare persone positive… devi, in due parole, “apparire ok”.

Lascia da parte queste due parole e vivi quei due giorni. Non vuol dire arrendersi, non vuol dire incupirsi o vivere nella tristezza. Considerali come l’occasione per comprendere le ragioni più profonde delle tue paure, per dare un nome – con sincerità – ai lacci che ti impediscono di vivere la tua vita libero, integro, senza doppiezze, senza maschere, pieno di gioia.

2. «Gesù gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori!»

Il gridare di Gesù, in greco, viene espresso da un verbo che indica lo spezzarsi della corda dell’arco, l’erompere, lo scoppiare: è un grido che esplode dal cuore di Gesù di Nazareth. In tutta la sua umanità si trova coinvolto emozionalmente nel dramma che la famiglia del suo amico sta vivendo. Quei due giorni pianse, verso letteralmente le lacrime che portarono fino all’orlo il desiderio di rinascere. Sono “le lacrime dell’amore”: hanno un peso specifico differente.

Più concretamente. Amare fino a piangere: vuol dire contemplare quell’amore che crea, che genera vita, che produce una trasformazione. Come il pianto di una madre che partorisce il suo bambino. Come il pianto di una madre al primo giorno di scuola quando lascia andare sua figlia per la prima volta. È il pianto di un padre che vede suo figlio andare via di casa per costruire la sua vita. Le lacrime versate da un figlio al capezzale della madre che va, dopo gli ultimi respiri. Il pianto dell’innamorato che vede l’amata camminare su sentieri diversi affinché possa realizzare ciò che sente. Le lacrime di un padre che abbraccia suo figlio dopo la sconfitta.

Queste sono lacrime di risurrezione, sono lacrime di amore, sono lacrime che fanno esplodere quel grido “vieni fuori!”.

Si, per venire fuori abbiamo bisogno di qualcuno che ci ami a tal punto da piangere per noi. Non si ri-nasce da soli!

Ciò che ha fatto risorgere Lazzaro non è stata una “formula magica”, ma la certezza che fuori dal sepolcro c’era un Amico che lo amava talmente tanto da piangere per lui.

Se vogliamo rinascere, liberarci dei lacci che ci impediscono di vivere liberi, senza doppiezze, senza maschere, dobbiamo credere che al terzo giorno ci sarà qualcuno che ci abbraccerà.

Se desideriamo che qualcuno rinasca, trovi finalmente un po’ di pace, riassapori il gusto della vita … il terzo giorno facciamoci trovare.

Davide Curreli

Un commento

  1. Roberta

    Questa “crisi” è una enorme Grazia , per farci ritrovare Gesù, quel Gesù che durante il nostro quotidiano non trova spazio, bella questa benedetta crisi , perché trovi Gesù , perché se per grazia ti accorgi che ti manca qualcosa dentro di te , vicino a te , ti rendi conto che veramente ti manca lui !

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