“Un incontro che ci ridona la vita”: nostro commento al Vangelo di domenica 22 marzo

All’epoca di Gesù di Nazareth, nella cultura ebraica, valeva la logica della giustizia divina retributiva. Vale a dire che le conseguenze del male commesso da sé stessi o da un componente della propria famiglia sarebbe stato punito da Dio con una “vendetta”, con un male fisico.

Figuriamoci in quale relazione sociale poteva trovarsi un ragazzo nato cieco. Di sicuro i suoi genitori, la sua famiglia di origine avevano commesso dei peccati gravissimi per ricevere una pena tale.

Se proviamo per un istante ad entrare nel cuore di questo ragazzo possiamo percepire una profonda solitudine, la tragicità del sentirsi in colpa senza possibilità di perdono, un grido straziante invocante pietà che si perde in valli deserte dove nessuno potrà mai rispondere, in una società che non considerava la sua persona, ma solo il male di cui era simbolo e conseguenza.

Iniziando ad indossare questo Vangelo, è facile comprendere che ai bordi delle nostre piazze sociali mendicano ancora “ciechi nati”.

Forse sarà capitato anche a noi di sentirci soli, di sentirci “puniti” da Dio, per alcuni dalla sorte, forse meglio dire dalla vita stessa.

Non trovi una luce che possa illuminare, fare chiarezza nella tua vita. Avanzi cieco, affidando i tuoi passi alla penombra, o lasciando che qualche flash psichedelico possa esaltarti per pochi istanti, prima di abbandonarti più cieco di prima. Procediamo a salti, aggrappandoci con appigli di fortuna a quelle vette emozionali che si presentano dinanzi a noi. Facciamo in modo che gli altri possano “vederci” durante queste performance in modo tale da illuderci che la nostra vita va bene così. Nessuno conosce però l’insofferenza della dimensione prosaica della nostra esistenza, quando ci assale una profonda solitudine, la mancanza di senso, di direzione, di strada da camminare, ci manca un progetto e la meta ci sembra sempre più lontana.

Siamo fermi. Non vediamo.

Più concretamente. Rimaniamo prigionieri dell’idea che le nostre scelte sbagliate si sono rivoltate contro di noi, rimaniamo schiavi della colpa di aver sbagliato tutto, di avere avuto le occasioni e di essercele fatte sfuggire, di non essere stati all’altezza delle situazioni, di essere stati stupidi, maldestri… “se avessi fatto così”… Ci convinciamo di essere causa dei nostri smarrimenti, dinanzi ad una società, in cui tiranneggia la logica della valutazione, che ti marchia con un bel “n.c.” (non classificato) perché non sei rientrato nei canoni di bellezza, di perfezione, di riuscita e di successo, perché non fai parte di quelli che “ce l’hanno fatta”.

Ora, in ogni incontro, Gesù di Nazareth ha realizzato Pasqua, pesah, un passaggio, una trasformazione nella vita di coloro che hanno avuto il coraggio di farsi toccare da lui.

Il cieco dalla nascita ha vissuto un’esperienza descritta in maniera sublime dalla comunità giovannea. La nostra attenzione si lascia colpire dal dialogo tra il cieco guarito e Gesù di Nazareth.

Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto (ώρακας): è colui che parla ( λαλν) con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

Il giovane guarito non ha semplicemente visto Gesù di Nazareth. Il verbo greco (ὁράω da cui ἑώρακας) non si traduce con il semplice vedere, quanto piuttosto indica un fissare negli occhi: vuol dire che il giovane ha conosciuto la Sua persona, è stato con Lui, ha chiacchierato (letteralmente il verbo λαλῶν) con Lui.

Ed oggi? Come possiamo vedere per credere?

Per me stare con Gesù avviene concretamente quando incontro il mio amico e fratello Giuseppe. No, non è un amico immaginario, vive a Taranto, è alto, gioca bene a calcio, suona la chitarra… chiacchiera con me, mi sostiene, mi incoraggia… Perché dovremmo ancora “raccontarci” di esperienze sovrannaturali? Dio si è incarnato. Gesù usava fango e saliva per guarire i ciechi, non polvere di stelle!

Il cristianesimo è la religione dell’incarnazione.

L’Incarnato ti dice che nessuno “ci sta chiamando alla lavagna”, nessuno è in attesa del nostro passo falso per punirci ed inquadrare il nostro passato in un senso di colpa da portare sulle spalle per il resto dei nostri anni.

Ti dice che non hai nessuna colpa, ti dice che “né tu, né i tuoi genitori hanno peccato”, si avvicina a te mentre tutti gli altri ti scansano, mentre gli altri di cacciano fuori.

Solo a partire da un incontro concreto potranno cadere dai nostri occhi le squame che ci facevano avere paura della nostra stessa storia, perché ci sentivamo ciechi e inadeguati. Scopriremo che non esiste la vita perfetta, una “storia riuscita”, gli uomini che “ce l’hanno fatta”. L’imperfezione non è figlia della colpa, ma della fragilità quale opportunità di lasciarsi amare, custodire, prendere in cura e viceversa.

Adesione sincera e senza maschere al nostro essere umani, dove chi lotta per la guarigione, prima o poi, avrà da insegnare ai presunti perfetti, a coloro che da duemila anni vanno recitando la battuta “Noi ci vediamo benissimo”, ed invece sono ciechi.

Davide Curreli

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