“Sorella fragilità”: il nostro commento al Vangelo di oggi

Il Vangelo di questa domenica si presenta come il perno del cammino quaresimale. Ci troviamo a metà strada, il famoso giro di boa. Metafora del momento in cui la nostra storia personale si raccoglie per essere rilanciata da un nuovo slancio. È un momento davvero importate, un momento prezioso, propizio.

A maggior ragione in questo periodo storico, nel quale una tremenda pandemia sta costringendo milioni di persone ad una rivoluzione del quotidiano vivere, soggetti a misure comportamentali inediti e inaspettate.

Sedere sul bordo di un pozzo

Eccoci dunque giunti al pozzo di Sicar. Sediamoci immaginativamente anche noi sul bordo del pozzo.

La sosta va “cercata”. Anche Gesù di Nazareth cercò questa sosta, perché avrebbe potuto prendere una strada più breve.

È bene dirci chiaramente che “il tempo quaresimale”, come pure il tempo della nostra esistenza, può scorrere senza rendercene conto. Il rischio è quello di giungere alla Pasqua con la “solita” superficialità di chi “non si aspettava” che quel giorno arrivasse così in fretta.

Sappiamo bene che fermarsi, stare seduti con sé stessi sul bordo del pozzo di Sicar, non significa automaticamente immergersi in una dimensione di pace. Si va al pozzo per un bisogno, un poco in quieti, in cerca di qualcosa.

Gli eventi dei nostri giorni dimostrano che la fragilità va riconosciuta come cifra costitutiva della creaturalità. Mentre l’ideologia pan-economica e pan-tecnica della società cercava in tutti i modi di “convincerci” che la forza risiedeva nel benessere economico, nei fatturati, nei segni “più” delle borse dei mercati globali, un essere vivente di 0,00012 millimetri ha fatto cadere nel terrore milioni e milioni di esseri umani.

E allora, improvvisamente, ci riconosciamo tutti fragili.

Non significa arrendersi, ma semplicemente essere sinceri con sé stessi.

Non significa nemmeno recarsi al pozzo senza brocca, senza la consapevolezza dei nostri mezzi, delle nostre capacità.

Cominciare a riflettere

La parola fragile deriva dal verbo latino frangere che significa fiaccare, indebolire, vincere, spezzare, abbattere.

Raccogli la tua storia. Fai una sintesi della tua vita passata, di quella presente, metti a fuoco la tua esistenza. Arrivato al pozzo di Sicar non hai bisogno di nascondere le tue fiacchezze, le tue debolezze, le tue sconfitte, le tue ferite e i tuoi sconforti.

Sii te stesso almeno questa volta.

I contesti sociali in cui devi apparire “perfetto” lasciali fuori dalla tua mente, non hai più nessuno sguardo invadente al quale devi dimostrare di essere impeccabile. Sei giunto al pozzo. Fermati.

Addirittura Dio domandò acqua da bere

Gesù di Nazareth chiede acqua per dissetarsi. Sembra quasi che voglia manifestare tutta l’umanità assunta, per lasciarci l’esempio di come realizzare in pienezza la nostra esistenza.

Durante la sua sosta al pozzo iniziò a parlare con una donna che andò lì perché aveva bisogno di acqua.

Accadrà che la donna non solo attingerà l’acqua per dissetarsi e per dissetare il forestiero, ma soprattutto, attraverso il dialogo con Gesù di Nazaret, rinnoverà la sua esistenza, facendo verità della sua storia, accettando le fatiche e le fragilità che l’avevano segnata negli anni.

Da quel pozzo ripartirà per annunciare a tutti di aver trovato un senso alla sua vita, perché da quell’incontro non si sentì giudicata e condannata, anzi fu posta nelle condizioni di “dissetare Dio”: gesto profondo ed emblematico che si ripeterà ogni volta che un assettato di benevolenza, di rispetto, di affetto, di cura, sarà dissetato da una “donna samaritana” della nostra società.

Vita e fragilità: preludio di rinascita

Quando ci sentiamo impauriti, abbattuti, affaticati, in una parola, assetati, la vita inizia a sbocciare, si compie l’evento straordinario in cui la vita si trasforma in domanda. Come la terra arida che inizia a sorridere al profumo della pioggia. Come il grido di un neonato affamato, che fa sapere a tutti il suo bisogno di nutrirsi. Così è l’istante in cui riconosci i tuoi bisogni. La fragilità veniva maledetta proprio perché rimaneva muta, incerottata dalla paura del “speriamo che gli altri non se ne accorgano”.

È grazie alla sete che andremo al pozzo di Sicar.

È grazie alla sete che ci fermeremo lì.

È grazie alla sete che inizieremo a vivere per davvero.

È grazie alla sete che troveremo chi ci disseterà.

Pertanto, lasciamo che la nostra vita, la nostra intimità si abbracci con la fragilità. Facciamo in modo di ricostruire la nostra esistenza su questo binomio fondativo. Solo così desidereremo rinascere, solo così la Pasqua sarà quel passaggio di gioia, di liberazione, di novità che farà fiorire il nostro cuore. I sazi, chi “non ha sete” di nulla non potrà mai gustare la bellezza di una vita costruita dalle lacrime e dal sudore, senza maschere o copioni.

Anche quest’anno, ci aspetta un rinnovamento della nostra vita, non nonostante, ma grazie a quella fragilità, che condusse un Nazareno a domandare acqua da bere ad una donna samaritana.

Davide Curreli

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