“Scambiatevi un (altro) segno di pace”: l’amore ai tempi del Covid-19

In questo tempo strano in cui Quaresima e Quarantena si stringono la mano, le persone sono invitate a non farlo, persino se si tratta del segno della pace durante la messa.

Quando il parroco ieri sera ha illustrato all’assemblea le direttive riportate nel comunicato dei vescovi qualcuno si è lamentato, qualcuno ha annuito, qualcuno ha alzato le mani, qualcuno sulle mani ci ha passato l’Amuchina.

Lo so, sareste voluti essere delle mosche per vedere da vicino come ogni fedele al momento dello scambio del segno di pace si sia trovato spaesato e abbia usato il proprio corpo in modo del tutto originale (e un po’ goffo) per raggiungere chi aveva accanto o di fronte.

Di ritorno a casa mi chiedevo: ma perché mai ci viene spontaneo manifestare la pace, accompagnare quella data dal cuore ad un gesto delle mani? Le risposte sono molteplici, ma hanno a che fare con l’essere corpo. I cristiani sono il Corpo della Chiesa e a noi uomini è stata donata una corporeità, per questo la parola segno coincide sempre con qualcosa di concreto. È questo il motivo per cui si sente l’esigenza di raggiungere l’altro nella sua dimensione corporea attraverso una stretta di mano, un abbraccio o un bacio.

Non è vero, come si dice di questi tempi, che l’essere umano può sopravvivere da solo, senza legami. Ha bisogno di amare e sentirsi amato, di “sporgersi” fisicamente verso l’altro, di percepire le fibre del corpo dell’altro a contatto con le sue.

Ma c’è un meccanismo ancora più interessante: se questo gesto tanto naturale quanto abitudinario viene proibito si attiva l’ingegno e si impara a sostituire al “vecchio” il “nuovo”, l’insolito; questo meccanismo vale per tutte le situazioni della vita in cui un linguaggio, un canale che abbiamo sempre utilizzato può non funzionare più o essere negato dalle circostanze. Se è proibita la stretta di mano bisogna attivare tutto il resto del nostro “essere corpo” e quindi il sorriso, il mezzo inchino, l’occhiolino, fate voi.

E se dicessimo allora che questo tempo di Quaresima è un tempo favorevole per scoprire nuovi modi di dire “ti amo” ad “un metro di distanza”? Che può essere la Quaresima più bella del nostro tempo, della nostra storia, perché, privati del “consueto” possiamo imparare che è possibile raggiungere chi abbiamo di fronte in mille modi diversi?

Già in sé la Quaresima è tempo di “morte” e di attesa di nuova vita, della Resurrezione su cui si fonda tutta la nostra fede, ma in questo momento della storia è importante tenere a mente che il Dio che è risorto si è fatto Carne per noi, ha assunto una forma umana e con questa ha abbracciato altri corpi, accarezzato altri volti, contemplato altri occhi.

Che sia allora per tutti un tempo di redenzione dall’abitudine, dallo “scontato” e possa essere “aperitivo” di una Pasqua nuova a cui possiamo prepararci allenandoci ad amare in un modo nuovo: se è sconsigliato salutarci con un abbraccio, inventiamoci un saluto originale. Se è necessario evitare di darsi carezze, accarezziamo con le parole. Se è imprudente dare due baci, impariamo a fare l’occhiolino.

In questo tempo di emergenza è urgente riscoprire le cose buone della vita, comprendere che per vivere abbiamo bisogno dell’altro, e l’altro (questa è una rivelazione potente) ha bisogno di noi!

Gaia Corso

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