1917: La speranza oltre la trincea

La notte degli Oscar si è conclusa positivamente per il film di Sam Mendes, con tre vittorie su dieci nomination: miglior fotografia, migliori effetti speciali e miglior sonoro.

Se si leggesse la trama verrebbe da pensare che sia una storia banale: due soldati durante la prima guerra mondiale vengono inviati dall’altra parte del fronte occidentale per portare un messaggio e salvare i loro compagni. Ma spesso son proprio i racconti più semplici che riescono a fare breccia nei cuori, tutto dipende dal modo in cui questi vengono rappresentati.

È proprio nel metodo che questo film risulta rivoluzionario, raccontando il viaggio di due ragazzi con un unico piano sequenza (tecnica cinematografica che consiste nella modulazione di una sequenza attraverso una sola ripresa, senza soluzione di continuità), o almeno così Mendes ci vuole far credere. In realtà il film è stato girato con molti piani sequenza, poi sapientemente montati l’uno con l’altro per dare l’idea che sia una sola unica ripresa. Come Leopardi sfrutta l’enjambement ne l’Infinito per trasmetterci la sensazione di indefinito esistenziale, così il regista utilizza questo raro metodo cinematografico per farci vivere l’interminabile percorso contro il tempo che i due protagonisti sono costretti ad affrontare. In questo modo chi vede il film vive la storia insieme ai giovani soldati, condividendone paure e speranze.

Veniamo portati quindi a conoscere quel mondo fatto di morte e distruzione attraverso gli occhi di due amici spaventati dal terrore bellico, ma con sguardi diversi l’uno dall’altro. Uno, William Schofield, è disilluso. Sebbene giovane è un decorato sopravvissuto alla Somme (una delle più sanguinose battaglie della IWW) che non crede più in nulla. La guerra gli ha tolto persino la speranza di poter essere se stesso. L’altro invece, Tom Blake, è appena arrivato sul fronte, sebbene avvolto da paura e sconcerto, e spera ancora che tutto ciò che sta facendo abbia un senso. Continua ad aver fede e non ricerca una medaglia per puro eroismo ma per ricordarsi che la vita che ha sacrificato e quella che può ancora avere, ma soprattutto quella che può salvare, sono più importanti di qualsiasi guerra. Il film ci accompagna quindi con questo scontro/incontro dei due protagonisti, e a ogni inquadratura si avverte la loro angosciante inquietudine (per citare Lussu: “Vi sono momenti in cui la vita pesa più dell’attesa della morte”). Attraverso i loro sguardi ti domandi anche tu se riusciranno a compiere l’ordine o no. Ma il punto fondamentale alla fine è: si tratta di un ordine o un dovere? Sebbene diversi, i due ragazzi sanno perfettamente che non stanno affrontando l’inferno per il generale o per l’Inghilterra, ma per i 1600 uomini che rischiano il massacro. Ciò che spinge Tom è comprensibile, perché tra quei soldati vi è il fratello, e non può tirarsi indietro, è un amore incondizionato a condurlo. Invece William sa dal principio che deve farlo, anche se non sa il perché. Lo capirà superando i cadaveri dei suoi compagni, arrampicandosi sui volti di quegli uomini che scoprirà in realtà essere suoi fratelli.

Ed è proprio qua che il film ci lascia il suo messaggio più importante, proprio nel tempo in cui in Europa ci dimentichiamo dei sacrifici di quegli uomini e del perché li hanno compiuti, in cui dimentichiamo che oltre ai nostri confini vi è un fratello che può essere un nemico soltanto quando si scorderà il fango delle trincee. Il film ci mostra due eroi, non di guerra, ma della vita, due eroi della fede e della speranza, che non credono nella “vittoria del sopravvissuto” come pensa il generale Mackenzie (Benedict Cumberbatch) ma credono che oltre il muro di fumo e schegge ci siano fratelli da salvare.

Carlo Sechi

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