The New Pope: recensione della nuova serie di Paolo Sorrentino

L’attesa di tre anni non ha deluso le aspettative dei fan: con The New Pope Sorrentino ha realizzato un capolavoro all’altezza della prima stagione.

Nel 2016 The Young Pope aveva sorpreso tutti mandando in scena la storia del giovane papa tradizionalista Pio XIII, uomo intransigente quanto tormentato, pieno di dubbi di fede in gran parte legati al trauma dell’abbandono da parte dei genitori, ma allo stesso tempo segnato da un particolarissimo rapporto con Dio, tanto da attirarsi, suo malgrado, la fama di santo. Nella serie il papa diventava l’icona di una Chiesa chiamata a riacquistare autenticità allontanandosi dai riflettori e tornando ad essere misteriosa, sobria e soprattutto santa. La serie si chiudeva col papa sospeso tra la vita e la morte.

La seconda stagione riparte proprio da qui. Con Pio XIII in coma, il cardinale Voiello, grande regista occulto del Vaticano, riesce a convincere un riluttante cardinale inglese a diventare papa, col nome di Giovanni Paolo III. Si tratta di John Brannox, interpretato da un grande John Malkovich, aristocratico colto e raffinato, in apparenza apatico, privo di ambizioni e teorico della via media. In realtà uomo lacerato da un passato spaventoso e da una rottura mai sanata con i genitori, con uno struggente desiderio di amare e di essere amato, segnato da una fragilità che si manifesterà sempre di più di puntata in puntata, fino all’imprevedibile epilogo.

I personaggi della serie sono tantissimi, e tante anche le storie che si intrecciano ma, forse ancor più che in The Young Pope, si fa strada un’idea di fondo che – lo si può dire anche alla luce di alcune interviste rilasciate dal regista – sembra essere il messaggio principale della serie: l’eterno tema delle due vie di fronte alle quali ogni essere umano è chiamato a scegliere. In The New Pope la scelta si declina non tanto in una netta alternativa tra il bene e di male, o tra la luce e le tenebre, ma tra la via di chi subordina la realtà alla sua sete di soddisfazione e potere personale, piegando le vite degli altri al suo progetto, e chi invece, magari immerso in mille contraddizioni e fragilità, sa aprirsi alla tenerezza di un Dio che, nonostante tutto, non si stanca di amare gli uomini.

I discorsi e i dialoghi – di una profondità che raramente si riscontra in una serie TV – sembrano confermare questo messaggio. Come per esempio le parole del cardinale Gutierrez di fronte ad un papa che, al culmine del disprezzo di sé, va a confessarsi da lui: «Non è abbastanza per non essere perdonati. Dio ci salva, sempre. Dio non nega mai a nessuno la grazia della salvezza. Ed è la cosa più bella che ci sia. Amiamo la vanità e il peccato; amiamo la privazione e la debolezza. Allora ci convinciamo che Dio ci abbia abbandonati, crediamo di non piacere a Dio. Ma Dio non gestisce le nostre vite. Dio non rimedia alla nostra debolezza. Dio non ferma la nostra mano quando si immerge nel peccato. No, Dio si limita a salvarci. Alla fine Dio ci salva. E ci salva con un bacio».

Straordinaria anche la figura del cardinale Voiello, vero coprotagonista sia della prima che della seconda stagione. Segretario di Stato plenipotenziario e senza scrupoli quando si tratta di muovere i fili del potere ecclesiastico, ma capace di riconoscere la grazia in atto nelle vite delle persone (memorabile la sua omelia al funerale dell’amico Girolamo, il ragazzo gravemente malato di cui il cardinale si prendeva cura).

Certamente la serie non piacerà a molti, come sempre accade per le opere di Sorrentino. Si dirà che è eccessiva, lenta, volgare, a tratti persino trash. E anche ingiustamente esagerata e provocatoria nel parlare dei mali del Vaticano, dipinto spesso come un concentrato di persone con doppie vite, vizi pubblici e privati, ipocrisie, mancanza di lealtà e di fede. Ma se si riesce ad andare oltre il (legittimo) fastidio che si può provare, la serie offre innumerevoli spunti per riflettere ed emerge l’idea di una Chiesa che continua ad essere, nonostante tutto, luce del mondo, a dispetto della miseria di tanti uomini che la rappresentano. È quindi una serie che parla non solo della Chiesa ma anche della fedeltà di Dio che continua la sua opera nel mondo. Per usare le parole del cardinal Biffi, citate nell’ultima puntata della serie: «Noi siamo tutti miserabili rottami che Dio ha messo insieme per formare una Chiesa gloriosa».

Davide Meloni

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