Il Sacrificio di Isacco nell’Arte Italiana

L’episodio biblico del sacrificio di Isacco, pagina misteriosa tra le più difficili della Bibbia nonché brano di intensa drammaticità, è certamente un vero capolavoro di arte narrativa. Una pagina che, se ben compresa, suscita fiducia, gioia e senso di responsabilità dei doni ricevuti da Dio. Un Dio che non ama di certo il dolore ma che lo evita se è necessario. L’amore ed il dolore che si mischiano al riconoscimento di una vittima predestinata. Un’attesa di Dio, un’attesa della Sua chiamata a cui un uomo di nome Abramo deve dare risposta. Difficile dire di sì, ma altrettanto impossibile dire di no.

Nell’arco della cultura artistica importanti capolavori hanno illustrato scene bibliche dei grandi momenti della storia della salvezza, usati come archetipo dell’evento salvifico di Cristo: se, infatti, per gli ebrei il sacrificio di Isacco è l’esempio dell’assoluta sottomissione alla volontà di Dio, per i cristiani è chiave della prefigurazione del sacrificio di Cristo. Sotto il profilo iconografico il personaggio di Isacco è diventato il protagonista di una produzione artistica molto diffusa in Europa a partire dall’era paleocristiana, fonte privilegiata di molti artisti che hanno saputo reinterpretarla e rappresentarla in base alla propria sensibilità ed a quella del proprio tempo, ognuno con le proprie peculiarità. Ha certamente suscitato sentimenti contrastanti, dai pittori agli scultori, forse anche per la particolarità della fede di Abramo, una fede tanto obbediente quanto inimitabile e disumana. Una richiesta troppo crudele, quella di Dio, per una vittima innocente, ignara e passiva.

Eppure Abramo credette. Credette in un Dio che gli aveva promesso ciò che il suo cuore desiderava profondamente. Credette in un Dio in virtù del quale non avrebbe mai potuto perdere la propria finitezza, la propria vita, ma l’avrebbe guadagnata tutta intera. In tutte le raffigurazioni dell’arte italiana emerge la mansuetudine di Isacco sottomesso alla volontà del padre, anche quando il coltello è alzato sopra di lui: sembra non capisca, o non sappia e si domandi il perché dell’improvvisa follia paterna. E proprio in questo momento estremo, quando l’anziano patriarca solleva l’arma per sacrificare il figlio, le opere d’arte mostrano la verità di quel gesto: un padre che soffre e si strugge per il figlio anche se la sua mano impugna e stringe comunque il coltello. Ma in tutte le opere esplode la teofania: un angelo arriva e ferma la mano di Abramo. In alcuni dipinti le membra di Abramo si torcono, il suo volto esprime disperazione, la sua voce urla un’umana protesta e aspira allo stordimento. Il suo volto potrebbe significare che stia maledicendo lo stesso Dio per averlo sottoposto ad una prova così terribile ed inumana. Isacco appare nudo alcune volte, mentre in altre è rivestito per metà da un drappo, inginocchiato nei pressi dell’altare del sacrificio. Trema per il timore della morte e la morte si vede nel suo stesso viso, senza mai essere stato ferito. Appare di spalle, con la testa china, ma in altri dipinti è come se si rivolgesse allo spettatore per implorare pietà, con uno sguardo dolente e altamente sofferente.

Entrambe le figure mostrano sempre grande carica espressiva e la rappresentazione è messa quasi sempre in risalto dal colore della veste di Abramo come per spezzare la crudeltà della scena cupa e tenebrosa. Il racconto biblico del sacrificio di Isacco ha trovato quindi grande riscontro soprattutto nel panorama artistico del XVI secolo con una vastissima produzione di questa iconografia: da Ghiberti a Brunelleschi, da Donatello ad Andrea Mantegna, da Raffaello ad Andrea del Sarto, da Michelangelo al Sodoma, passando per Tiziano ed il Vasari, dal Tintoretto al Veronese per approdare poi, nell’era successiva, nelle mani del più grande pittore “maledetto” della storia, ovvero Caravaggio fino ai suoi seguaci Manfredi e Gentileschi. Nei secoli, dunque, questa imperscrutabilità del disegno divino si è manifestata in tutto il suo potere nel fascino dell’arte, dimostrando come gli artisti abbiano saputo penetrare così nel profondo il mistero dell’uomo e di Dio.

 

Giovanna Benedetta Puggioni

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