La religione secondo Caparezza

Con l’uscita del suo settimo album in studio Caparezza si conferma uno dei pochi artisti veramente interessanti sulla scena – ultimamente piuttosto desolante – della musica italiana. In tempi in cui vanno per la maggiore rapper anonimi e incredibilmente banali e ripetitivi, c’è per fortuna chi ancora ha qualcosa da dire. Persona intelligente e curiosa, ironica e acuta allo stesso tempo, col suo ultimo lavoro mostra di essere un cantautore che, senza essere più giovanissimo, riesce a migliorare col tempo – cosa rara anche tra i grandi artisti – senza scadere nel già detto e nel già sentito.

Chi ha avuto il tempismo di procurarsi i biglietti per partecipare al concerto di martedì scorso alla fiera di Cagliari non è rimasto deluso: show di due ore e mezzo in cui musica, monologhi, sketch hanno dato vita a una serata di altissimo livello difficilmente dimenticabile. Grande spazio hanno avuto ovviamente le canzoni di Prisoner 709, concept album dai tratti intimi e personali a cui forse i fan del Capa non erano abituati e in cui il tema della crisi e della ricerca di sé fa da filo conduttore. I 16 brani di cui è composto l’album disegnano un itinerario che si sviluppa quasi come i capitoli di un libro in cui il protagonista pian piano prova a evadere dalla condizione di prigionia mentale in cui non riesce più a capire chi è e quale è il senso della sua vita. Significativamente l’album si apre e si chiude con la stessa canzone, ma mentre nell’esecuzione iniziale prevale l’angoscia dell’essersi smarrito l’ultima traccia restituisce all’ascoltatore la sensazione di speranza di chi ha intravisto la luce in fondo al tunnel.

A un certo punto nell’album spunta fuori anche la questione religiosa. Il brano si chiama Confusianesimo. Quando si parla di questi temi di solito Caparezza non va tanto per il sottile e non perde occasione per mettere in evidenza storture e ipocrisie degli uomini di chiesa. Qui però viene fuori un tratto che ancora non conoscevamo. Lui lo chiama “un bisogno spirituale da colmare”, che lo porta a mettersi alla ricerca di risposte che solo la fede può dare. Il cantautore pugliese a questa fede non riesce ad arrivare, anche perché, stando a quanto sembra emergere nella canzone, guardando le religioni non riesce a scrollarsi di dosso il sospetto che non siano altro che dei grossi apparati di potere attraverso cui alcuni sfruttano il bisogno di verità e di libertà di altri uomini per dominarli e tenerli in una condizione di asservimento. Ma comunque la domanda religiosa di Caparezza rimane, e ci sembra autentica. Certo, per rispondere a questo anelito ci sarebbe bisogno di un incontro capace di cambiare la vita, ci vorrebbe il Dio vivente che chiama per nome, invita a uscire dalla propria terra per percorrere un cammino di vera libertà e di ritrovamento di se stessi. Ci vorrebbe cioè non una religione ma una presenza che libera dall’angoscia e dona una vita nuova. Ci vorrebbe Cristo, insomma. Ma questa si chiama grazia, ed è un’altra storia: solo l’iniziativa di un Altro la può far accadere.

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