La mano bionica: anche l’Università di Cagliari coinvolta nel progetto

Dalla fantascienza alla realtà, da un film affascinante ad una realtà ancor più avvincente. Così si può descrivere il sensazionale intervento, eseguito al Policlinico Gemelli di Roma, che ha portato all’impianto, per la prima volta nella storia, di una mano bionica nel corpo di una paziente. Un importante successo, avvenuto mediante la costante collaborazione fra le migliori eccellenze europee nel campo medico e ingegneristico. L’Università di Cagliari non è voluta mancare a questo appuntamento con la storia. Infatti, grazie al prezioso lavoro dell’EOLAB (laboratorio di microelettronica e bioingegneria del Dipartimento di ingegneria elettrica ed elettronica), ha fornito un fondamentale supporto nella realizzazione della componente elettronica del progetto.

Abbiamo raccolto le parole del Prof. Massimo Barbaro, coordinatore del team di ricerca Cagliaritano, che ci ha illustrato la storia e le dinamiche del progetto.

 

Prof. Barbaro, com’è nato questo progetto?

Il progetto è nato da una collaborazione con la scuola superiore Sant’Anna di Pisa e con il Campus Biomedico di Roma, tramite un programma finanziato dal Miur. Abbiamo iniziato nel 2006 con un primo progetto, salvo poi ricevere nel 2008 e nel 2010 ulteriori finanziamenti che hanno permesso di migliorare la ricerca. Con l’esperienza acquisita, grazie a queste importanti collaborazioni con altri poli universitari, abbiamo fatto un passo in avanti con un progetto europeo, nel 2013, finanziato dalla Commissione Europea. Nello svolgersi della ricerca si sono aggiunti dei partner europei, come la Spagna, con una delle università di Barcellona, e la Germania tramite l’università di Friburgo. Inoltre era presente l’Ospedale Gemelli di Roma collegato naturalmente all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

 

Qual è stato il vostro compito?

Ogni partner giocava un ruolo: noi ci siamo occupati dello sviluppo di una parte dell’elettronica, nello specifico del dispositivo che permette la comunicazione tra l’arto bionico e il sistema nervoso. Questa avviene tramite dei microchip, sviluppati e realizzati dal nostro team di ricerca, che consentono la trasmissione degli stimoli elettrici all’interno del sistema nervoso della paziente. Contemporaneamente questa elettronica può anche ricevere e misurare dei segnali, che arrivano dalla paziente, per utilizzarli e decidere di far muovere la mano. Il meccanismo è particolare, perché i segnali che arrivano al dispositivo non sono i segnali che partono direttamente dal cervello, cioè quello che viene misurato non è direttamente il pensiero, ma è l’effetto che quel pensiero ha sui muscoli. Misurando il segnale sui muscoli si utilizza quell’informazione per far muovere l’arto.

 

Da quante persone era composta la squadra di ricercatori?

Del team di ricerca dell’Università di Cagliari eravamo in sette, tre docenti più quattro collaboratori. Naturalmente al progetto hanno partecipato numerosi studenti, tra cui molti tesisti. Possono far riflettere due aspetti. Il primo è che i collaboratori hanno iniziato proprio con la tesi, proseguendo con il dottorato e diventando successivamente assegnista di ricerca. Quindi è come se fossero cresciuti parallelamente al progetto. Mentre il secondo dato fa emergere come la Sardegna sia ben rappresentata dal nostro gruppo di lavoro, dal momento che i ricercatori arrivano da ogni parte dell’isola.

 

Quali nuove sfide vi attendono?

La sfida attuale è quella di confettare una lezione dell’elettronica, che avevamo già sviluppato, interamente contenuta in un singolo microchip, da poter impiantare in futuro direttamente all’interno del corpo della paziente. L’obiettivo è far sparire quei cavi, che fuoriescono dal braccio della paziente, e inserire al loro posto una sorta di microchip, come se fosse un pacemaker. Il problema sarà far arrivare l’alimentazione a questo dispositivo, perché ovviamente non si potrà inserire una batteria, per trasmettere tutte le informazioni.

 

Cosa provate in questo momento di successo?

Secondo me è un po’ presto per parlare di successo. In realtà tutte queste notizie, che stanno girando, sono in realtà preliminari, nel senso che fanno sembrare il risultato a portata di mano più di quanto sembri. Da un certo punto di vista respiriamo cautela, poiché c’è ancora tanto lavoro da fare. Nel contempo provo grande orgoglio per la bravura dei nostri ragazzi, cresciuti e maturati con questo progetto.

 

Quali insegnamenti possiamo trarre da questa notizia?

Ad ottobre si è tenuto un incontro con gli studenti, a cui ha partecipato anche la signora che si è sottoposta all’intervento, e abbiamo cercato di raccontare come la cosa più particolare, in questo tipo di ricerca, è come tu da ingegnere o ricercatore, abituato a lavorare con strumenti e ragionamento, devi fare i conti con qualcosa che viene poi utilizzato da una persona in modo così reale e intimo. Questo ci ha insegnato a considerare con più attenzione il significato del nostro lavoro, nel senso che può avere un impatto sulle persone molto più importante di quello che noi pensiamo, e perciò occorre dedicare più attenzione e dedizione.

 

Matteo Piano

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