Studenti in movimento/1 – Il servizio degli universitari in oratorio

Quante volte capita di sentir parlare dei giovani? Più esattamente di quella parte di popolazione che ormai non è più catalogabile come “adolescente” ma ancora non è (e non si sente) adulta a tutti gli effetti. Per dare una collocazione anagrafica, stiamo parlando dei cosiddetti “giovani adulti”, ossia di quella fascia di popolazione che va dai 18\19 anni ai 28\29.

Siamo abituati a vedere questa categoria di giovani in un certo modo, anche grazie all’immagine che danno di sé nel mondo dei social: si descrivono come universitari spesso disperati e alle prese con esami impossibili e docenti severi, appassionati di serie TV e ormai devoti al nuovo servizio online “Netflix”, adorano divertirsi alle feste ma apprezzano parecchio anche stare a casa a rilassarsi.

Tanti di loro però si dedicano anche ad altro: iniziative culturali o politiche ad esempio, viaggi alla scoperta di nuove realtà e diverse culture, e servizio di volontariato. Ed è proprio su un particolare servizio di volontariato che vogliamo soffermarci in questo articolo: il servizio degli universitari nelle parrocchie e più precisamente negli oratori!

Certo, non è la prima immagine che viene in mente se si pensa a dei giovani di 20 anni, quella di vederli giocare tra le mura parrocchiali o di tener compagnia ad anziani o bambini, ma è una realtà esistente ed anzi in crescita.

Gli oratori attivi oggi nelle parrocchie di gran parte d’Italia, sono molto diversi da quelli delle scorse generazioni: se prima si offriva ai giovani frequentatori solo qualche biliardino e pallone da calcio per passare assieme la serata, oggi mirano invece ad essere delle vere e proprie “officine” di giovani animatori, che vengono educati e istruiti a prendersi cura delle varie realtà parrocchiali. Sono loro infatti a organizzare e mettere in atto i cosiddetti GREST o CRE, i centri estivi in oratorio per i bambini; oppure i “gruppi giovani”, in cui, attraverso vari incontri e grazie alla figura guida del parroco, si propone ai giovani neo-cresimati, un percorso di crescita che li porterà a vivere l’attualità in maniera critica, a camminare nella fede cristiana cattolica e a diventare un giorno guide a loro volta.

Molte di queste figure che abbiamo definito “animatori” sono appunto giovani universitari, che, tra un capitolo e l’altro da studiare, trovano il tempo di offrirsi alla loro comunità.

Abbiamo avuto modo di intervistarne alcuni e questo è quello che ci hanno detto:

Annagioia Manca è una giovane studentessa di 21 anni, al III anno della facoltà di Lettere, che ha iniziato la sua attività nell’oratorio di Santa Vittoria (Sinnai) quando ne aveva 14; ci confessa che non è sempre facile riuscire a conciliare lo studio coi vari impegni, ma bisogna imparare a vedere l’oratorio stesso come una scuola, uno studio per l’esame della vita; lezioni che non si apprendono sui libri ma sul campo stesso.

Sergio Arizio invece di anni ne ha 24, studia Ingegneria e spende il suo tempo coordinando le attività dell’Oratorio Madonna di Lourdes di Poggio dei Pini: «Il mio impegno è volto a realizzare un oratorio parrocchiale sempre più inclusivo e frequentato, dove ciascuno abbia un ruolo». Questo è un punto che tende a sottolineare anche parlando del suo caso particolare, ritenendo il suo ruolo e quello di ogni responsabile oratoriale un compito importante e a cui la formazione universitaria dà un contributo fondamentale: «Un animatore maturo è in primis un buono studente che sa assumersi le sue responsabilità e che sa faticare per ottenere dei risultati».

Si unisce a questa visione anche Alessandro Lilliu, studente ventiduenne di Economia, della parrocchia di Sant’Andrea Apostolo, che pone l’esperienza che la sua carriera universitaria gli ha dato a servizio di chi, più giovane, deve ancora imparare a gestire altre persone e nuove situazioni. Alessandro ci dà inoltre una motivazione molto forte per raccontarci cosa anima la sua attività oratoriale: «Cerco di trasmettere dei sani valori ai bambini: se anche soltanto uno di loro imparerà qualcosa di buono da me, potrò ritenere compiuta la mia missione».

Ma c’è anche chi fa combaciare l’inizio della propria attività da animatore oratoriale con l’inizio degli studi universitari: è il caso di Sara Spiga, animatrice nell’oratorio di San Giovanni Paolo II a Ussana e studentessa di Farmacia. Anche lei ci conferma come a volte il libro da studiare durante la sessione estiva possa entrare in conflitto con l’oratorio estivo, ma «basta organizzare al meglio il tempo: ad esempio per l’ultimo Grest io ho lavorato parecchio da casa senza dovermi recare ogni volta in parrocchia e risparmiare così preziosi minuti». Certo, a volte bussa alla porta la voglia di abbandonare, di poter avere più tempo per se stessi ma c’è sempre qualcosa che spinge a restare, nel caso di Sara «poter dare agli adolescenti e bambini della parrocchia un’occasione di fede e oratorio, quella che alla loro età io non ho avuto».

Queste testimonianze sono degli esempi per dimostrare come da animatore non basta prendersi cura delle decine di bambini smaniosi di divertirsi ma è necessario imparare a collaborare con gli altri coadiutori, aggiornarsi per offrire servizi innovativi e interessanti e sapersi mettere in gioco: decisamente delle lezioni di vita che non cesseranno di essere utili una volta usciti dall’oratorio, ma concetti che formeranno il giovane anche per il suo futuro lavorativo e sociale. Ecco che allora l’universitario non si limita a offrire il suo tempo per la sua comunità, ad incontrare nuovi amici con cui condividere progetti e aspettative, ma riceverà un accrescimento personale, imparerà mentre insegna e riceverà degli insegnamenti che non sarà tenuto a presentare a nessuna commissione, se non a quella del suo futuro.

 

Carla De Agostini

 

 

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