#Milionidipassi: cosa posso fare io per loro?

Partecipare all’ultima data di un evento dà sempre una bella sensazione, ci fa sentire un po’ più importanti, coinvolti. Questa sensazione l’abbiamo provata all’ennesima potenza il 16 novembre alla MEM, vivendo l’ultima tappa del tour “#MILIONIDIPASSI EXPERIENCE”, iniziativa di Medici Senza Frontiere con l’obiettivo di “far vivere la realtà di milioni di persone che oggi nel mondo sono in fuga da guerre, violenze o povertà”.

Nell’andare via abbiamo sentito il peso di una responsabilità: diffondere anche tra i più pigri e scettici le emozioni vissute, per aggiungere qualche altro passo ai milioni di passi.

Ogni giorno sentiamo parlare di guerra e emigrazione, veniamo bombardati da questi scenari attraverso i media al punto che ormai sono diventate scene a cui siamo quasi abituati. La necessità di riaprire gli occhi e il cuore delle persone ha spinto MSF a iniziare questo tour, perché è attraverso le parole di chi c’è stato e si è messo in gioco, toccando con mano la sofferenza, che si riesce a cogliere un briciolo di quello che sta accadendo a poche migliaia di chilometri da noi.

Durante il percorso guidato è stato rimarcato molto il fatto che in tutta Europa, ma non solo, ci sono gruppi di migranti che cercano una casa e l’Italia ne accoglie solo una piccola parte; molto spesso sentendo e leggendo i media nazionali si ha quasi la percezione che l’Italia sia l’unica a far fronte a questo problema, ma così non è.

Ciò che più ci ha fatto riflettere è l’enorme numero di persone che ogni anno si spostano per cercare riparo dai drammi che colpiscono il loro Paese, costretti a vendere tutto e rinunciare alla propria vita per partire verso l’ignoto, non sapendo che dovranno affrontare il deserto o se riusciranno a superare la violenza del mare.

Come conclusione del percorso MSF ha pensato al modo migliore per dare una scossa all’anima dei visitatori: i visori a 360°, attraverso cui tutto il presente scompare e ci si ritrova immersi in un mondo che non è poi così lontano, nel viaggio dalla Siria ai Balcani e nella lunga attesa in Sud Sudan. Ciò che rende speciale l’esperienza è il fatto che non vengano mostrate guerra e sofferenza, ma scene di vita quotidiana. Vedi tra i tuoi piedi le caprette, il Nilo, i letti di ospedale. Ti ritrovi ad un palmo dal naso il viso di un uomo curioso, il neonato che piange accanto al barcone, tanti (troppi!) bambini. Faccia a faccia con il volto della Speranza.

Ecco che ritornano le emozioni, l’umanità. Nasce il desiderio di trasmettere l’urgenza e la necessità di fare qualcosa, insieme. Ricordare che esistono realtà così vere, così vicine.

Avevamo solo una piccola idea di cosa potesse essere la realtà in quei posti, la fame, la disperazione. Sta giungendo al termine il tempo in cui si restava solo a guardare come spettatori, in cui ci si faceva impressionare da uno schermo. È giunto il momento di aiutare nel concreto, nel nostro piccolo, con un gesto, una parola e, perché no, anche un sorriso.

Non è merito nostro essere nati in questa parte del mondo, non è colpa loro essere nati in quella parte del mondo.

Questa esperienza ci ha fatto riflettere e, contemporaneamente, far nascere una domanda: cosa posso fare io per loro?

 

Francesco Saderi e Laura Guida

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